Ho assistito, addirittura due volte, al concerto di “The wall” portato in giro negli ultimi anni da Roger Waters.
Un concerto faraonico, di una spettacolarità insuperabile; suonato egregiamente, e cantato anche bene (il che non è scontato: Waters, da qualche anno a questa parte, ha una voce dall’intonazione non proprio irreprensibile…la sua esibizione al Live 8, per quanto emozionante, sta lì a dimostrarlo…).
Di conseguenza, non ero certissimo di voler andare a vedere questo film. Perché pensavo che il film consistesse essenzialmente nella riproposizione video del concerto, e (al massimo) poco più: forse qualche spezzone di intervista, qualche backstage…Ma alla fine mi sono persuaso, anche notando la durata del film (circa 45 minuti più della durata del concerto)…E ho fatto non bene: benissimo!
Qui siamo di fronte a un grande, un grandissimo film!
Si tratta di un film in cui a pezzi del concerto vengono alternate riprese di un film certo di taglio documentaristico, ma con un suo approccio anche “narrativo”. Una sorta di road-movie esteriore e interiore, in cui Waters interpreta se stesso e va alla ricerca…
Alla ricerca di cosa? Del posto in cui farà un concerto, ma anche della cittadina dove in guerra perì suo padre (Anzio), del cimitero in cui ne sono custodite le spoglie (fin qui, viaggio esteriore, “materiale”)…ma soprattutto un viaggio interiore, per cercare finalmente di “elaborare il lutto” e liberarsi di fantasmi che lo tediano da decenni e su cui ha fondato gran parte della sua poetica, praticamente a partire dall’album “The dark side of the moon” in poi (con qualche cenno già rintracciabile “in filigrana” anche in album precedenti, ad esempio “Meddle”).
Devo dire che il film mi ha colpito oltre le mie più rosee aspettative!
Il perfezionismo di Waters è noto, ma che riuscisse a metterlo al servizio anche dell’arte cinematografica, non lo immaginavo! Un manuale di regia, di luci/fotografia, di montaggio!
La scena con l’inquadratura di lui che va via dal cimitero di Anzio e si “fonde” col concerto (la prima sotto, la seconda sopra, con “taglio” perfetto tra le due), con effetto cromatico che “avvicina”, virando verso il rosso, la parte bassa (cimitero) con la parte alta (stage del concerto), è da manuale.
Il modo in cui è illuminato il suo volto nei primi piani mentre beve i bicchierini al bar in Francia, è da manuale: una penombra che è penombra dell’animo, è non sazio scavo interiore, è malinconia e ricerca per superarla.
Il colloquio con il suo amico in auto, quando parlano del fulmine e del senso di “rivelazione” che esso significò, è spontaneo, con i tempi della “vita vera” (le pause che le emozioni ci fanno usare nella vita quotidiana, non le pause messe ad arte nella finzione), toccante, incantevole, commovente.
Un film FANTASTICO (con dentro un concerto FANTASTICO, ma questo lo sapevamo)
Una ciliegina sulla torta è poi servita con “la nuda verità”, il sequel che si vede a fine film , con Nick Mason e Roger Waters che rispondono alle domande scritte dai fan e riportate su dei “pizzini” che sfogliano seduti a un tavolo di un locale; atmosfera cordiale, colloquiale, informale…e una incredibile carrellata di humour britannico DOC, ma quel che più conta, impregnata (almeno apparentemente) di vera spontaneità e sincerità.
Non so se questo epilogo sia parte integrante del film o meno; lo dico perché, di conseguenza, non so se sarà presente anche nel cofanetto che sta per uscire (in vari formati, tra cui blue-ray).
Siccome a dire che è tutto perfetto mi sento di non essere obiettivo (perché, lo sapete, io con Pink Floyd e suoi derivati NON RIESCO a essere obiettivo), mi son sforzato di trovare qualche difettuccio…e ne ho trovati solo due!
Uno…in realtà non è del film in se, bensì del concerto, ovvero della “sceneggiatura” del concerto: durante Run Like Hell, a un certo punto fa il “piacione”, e direi anche il “gggiovane”, e dice “battete le mani”…”divertitevi”…; ecco, quella cosa a mio parere stona: non puoi “uscire dalla parte” in quel modo; in quel momento stai impersonando un personaggio, un simbolo (leader nazista, simbolo di tutti i poteri oppressivi, compresi i poteri psicologici dei muri che costruiamo dentro di noi ecc…), quella “uscita” a mio parere, devo ammetterlo, è quasi ridicola.
E poi quelle lacrime, mentre è in macchina, mentre legge una lettera…non lo so, non voglio dire che non fossero sincere e spontanee, però tu SAI che in quel momento sei ripreso…insomma un pò mi ha sfiorato la sensazione che era una strumentalizzazione a scopi “filmici” (quindi spettacolari in senso lato) del proprio dolore….
Credo comunque sia una scelta da inquadrare nel contesto generale del film: il desiderio di fare una confessione “definitiva”; per completare un lavoro di elaborazione del lutto che iniziò quando iniziò a pensare al progetto The Wall.
La questione è psicologicamente molto complessa; Waters ha vissuto per decenni con una leggera misantropia; negli ultimi anni sta facendo (con successo) uno sforzo per uscirne; aprirsi in totale trasparenza è al contempo dimostrativo (vi mostro che sono sincero, intimo) e terapeutico (lo aiuta a sbloccare questa sua “diffidenza”).
In bocca al lupo al caro Roger e…buona visione a tutti voi!!!
