Sicuramente, a mio gusto, il film più bello da molto tempo a questa parte (diciamo da “Forza maggiore” in poi).
E’ al contempo malinconico e soave, tragico e comico, doloroso e divertente.
E l’ immensa genialità mostrata da Samuel Benchetrit (il regista del film) è nel far sì che queste reazioni emotive coesistono in noi, per paradossale e inspiegabile congiuntura, nelle stesse scene, negli stessi momenti.
Solitudini che si incontrano, si sfiorano, cercano di “unirsi” per diventare non solitudini, ma senza mai riuscirci.
Solitudini di diversa natura: un’attrice con un passato duro e complicato, giovani ragazzi dei banlieue parigini senza un futuro e quindi smarriti in un immobile presente, arabi non-integrati nella società occidentale, un uomo solo, apparentemente troppo timido e riservato già in partenza per potersi integrare totalmente nella micro-comunità del suo condominio, ma poi costretto da un incidente a una grama vita “nascosta” e invisibile.
E il film è ricco di situazioni grottesche e bizzarre.
Addirittura un astronauta (!!!) per un errore atterra con la sua navetta di rientro terrestre…sul terrazzo del condominio del banlieue! E bizzarro è il suo telefonare alla NASA cercando di spiegare dove si trova per chiedere aiuto e qualcuno che lo riporti a casa. Una specie di astro caduto dal cielo che va a cozzare con una realtà completamente “altra”
Il tutto descritto con una delicatezza di tocco sopraffina: il regista guarda ma sembra quasi farlo con pudore; tanto umane sono le situazioni descritte, che sembra quasi voler chiedere il permesso, per non dover inquinare queste vite disperse, per non voler serbare loro la violenza del voyerismo.
Senza falsi sentimentalismi, ma soprattutto senza giudizi di valore o proclami.
I dialoghi spesso sono surreali, ma nella loro totale non-consuetudine ci dicono proprio la verità di un rapportarsi all’altro di chi non è avvezzo a rapportarsi. L’uomo sulla sedie a rotelle si innamora di una donna appena conosciuta, certo non bella, certo non ricca. Perché? Perché sente che è una solitudine che può capire e quindi incontrare la sua. Solo questo: umilmente non può aspirare ad altro, non è “attrezzato” per cercare altro. Accontentarsi di poco in una vita di pochissimo, è molto; può essere tutto.
L’astronauta caduto dal cielo è massima metafora ed al contempo esaltazione di questa incomunicabilità, perché nel caso suo e della donna marocchina presso cui si trova a essere ospitato c’è un diaframma in più, quello delle lingue diverse.
Ma, paradossalmente e in realtà no, sembra che siano proprio loro a capirsi più delle altre “coppie” che si costituiscono nel film, perché qualcosa (forse la lingua diversa) li spinge a tentare un incontro, o quantomeno un avvicinamento, che in realtà va cercato nei sentimenti più puri: il senso di accoglienza, esercitato con toccante naturalezza di chi accolto sappiamo non essere, e il senso di gratitudine, da parte di chi dall’alto del suo eccezionale mestiere e della sua evoluta ricca e avanzata società, non ci aspetteremmo.
Quando un elicottero della NASA va finalmente a prendere l’astronauta, sembra quasi che a quest’ultimo dispiaccia di dover lasciare quell’ambiente che come un caldo giaciglio lo ha accolto, custodito, coccolato, come nessun altro sa fare alle nostre vite.
