“Mia madre”, Nanni Moretti

musicascolto
Sezione: Cinema

Con un bellissimo film “intimista”, Moretti ci racconta la sua “visione” del dolore e della sofferenza per una madre che sta per morire, rappresentando con tocco sentito e delicato, e la consueta competenza nel penetrare l’animo umano, i diversi modi di accostarsi a questa realtà

Moretti torna (dopo “La stanza del figlio”) al suo cinema “intimista”, quello meno sociale o politico, concentrato invece su storie umane, sull’introspezione, sulla analisi dei caratteri, delle relazioni, delle emozioni.

Lo fa, in questo come in quel caso, con una storia drammatica, presumibilmente autobiografica (nel senso che prende spunto dalla sua vita, non sono in grado di dire fino a che punto ci sia corrispondenza con fatti reali anche nei dettagli).

Il centro narrativo del film è la storia di due fratelli e di loro madre gravemente malata, il percorso doloroso verso la morte della madre.

Ma questo è, a mio parere, l’aspetto appariscente e quindi, in un certo senso, il “pretesto” narrativo. Della messa in scena di Moretti, quel che a mio parere è più interessante è l’esistenza di diversi caratteri, diverse attitudini, diverse modalità di approcciare il dolore, quel dolore.

Esistenza che forse è coesistenza: tramite una sorta di “polarizzazione” Moretti distribuisce i diversi approcci in tre persone diverse, ma forse ci vuole dire che sono cose che coesistono in ciascuno di noi, in misura più o meno maggiore.

La sorella Margherita (Margherita Buy) rappresenta l’emotività, la sensibilità, dunque la difficoltà ad accettare l’evolversi della tragedia, la confusione e lo spaesamento che essa ingenera; e insieme a ciò, il desiderio e i conseguenti sforzi di non guardare in faccia la realtà.

Il peso che avverte nella sua vita si fa sempre più gravoso; esemplari sono, a questo proposito, le scene in cui lei avverte un enorme e insormontabile fardello anche nelle cose più banali: quando una mattina si sveglia scoprendo che la casa è allagata a causa di una perdita di acqua, inizia a tentare di asciugare, ma poco dopo scoppia a piangere e si arrende: nella sequenza successiva la troviamo entrare nella casa della madre, ha deciso di andare ad abitare lì, forse abbandonando il suo appartamento! E addirittura trova insormontabile, frustrante, fino a piangere disperatamente, la semplice ricerca di una bolletta pagata.

Son sintomi tipici della depressione, e Moretti li sa rappresentare con una precisione e una verosimiglianza impagabili.

Il lavoro stesso di Margherita è metafora di quella attitudine: fa la regista, e dunque ha un modo per “fuggire dalla realtà”. Sarebbe banale e scontato dire che si “butta nel lavoro” per dimenticare le sofferenze della vita; infiniti film trattano questo topos, ma Moretti mette in scena qualcosa di più sottile, di più sfumato: Margherita, in realtà, avverte un peso nel lavoro: è combattuta tra triste realtà e la finzione che le impedisce di concentrarsi su di essa per “elaborarla”; e trova sempre meno punti fermi, meno soddisfazioni; i dubbi e lo spaesamento si iniettano lentamente anche nel lavoro (“basta, non ce l’ho con voi” – rivolta alla troupe, dopo uno sfogo – “ma con me stessa: sono una regista che fa un sacco di cazzate e voi state lì senza impedirgliele”); è anche in questo l’origine del suo conflitto.

Dall’altro lato vediamo Giovanni, il fratello (interpretato da Moretti), invece razionale, pragmatico, posato, che soppesa parole e pensieri. E’ lui che coglie nella loro dura evidenza i fatti, e cerca, con delicatezza ma anche fermezza, di trasmettere questa visione non distorta alla sorella. “Margherita: mamma sta morendo!”, a chi si rifiutava di vedere le cose per quello che sono.

E infine Barry, l’attore straniero (grandissima interpretazione di Turturro, un vero “spettacolo nello spettacolo”: istrionico, divertente, drammatico): lui è il “polo opposto”: per lui la vita è un film: nelle prime sequenze in cui compare è tutto un fluire di scherzi, giocosi inganni: anche nella vita reale, si costruisce una finzione: vale la pena giocare, scherzare, ingannare.

Ma c’è una scena-cardine, ed è da essa che ho tratto la mia convinzione secondo cui Moretti vede i detti atteggiamenti come diverse facce della stessa medaglia (l’animo di ciascuno di noi): a un certo punto, durante una pausa delle riprese, Margherita, che spesso manifesta un latente nervosismo durante il lavoro, non riesce a trattenersi e accenna a Barry della sua confusione; in quel magico momento, Barry appoggia la mano sul viso di lei, la accarezza per un attimo, ed è come se in quell’istante si attuasse una sorta di contagio.

Da quel momento, la sicurezza sbarazzina di Barry inizia a vacillare; guarda caso, da allora inizia ad avere difficoltà nella recitazione, si innervosisce quando non riesce a ricordarsi le battute..il seme della sofferenza si è instillato anche in lui; persino in lui che al dramma della madre malata è in fin dei conti totalmente estraneo.

 Verso la fine anche Giovanni vacillerà: quando si tratta di decidere se far uscire dalla clinica la mamma e portarla a casa per i suoi ultimi giorni, ha un momento di vuoto,non sa che parole usare, lui sempre così pronto e preciso nel rappresentare lucidamente la situazione e i sentimenti.

E’ come se avvertisse la stanchezza di continuare a sostenere questo atteggiamento, svelando, dunque, che è necessario  uno sforzo volontario, una sorta di auto-imposizione, per essere come era; capiamo insomma che, in realtà, anche in lui covano e cercano di affiorare sentimenti umani di dolore, di crisi, di confusione.

La storia viene narrata da Moretti adottando alcuni espedienti di montaggio accattivanti: vi sono flashback, ma anche flash-forward, se mi è permesso questo termine (a un certo punto si vede la mamma vestirsi elegantemente davanti allo specchio, stacco, casa vuota, con la libreria vuota e i pavimenti pieni di scatole da imballaggio pronte per un trasloco: è evidente che si sta metaforicamente rappresentando la morte di lei ormai prossima, con un “salto in avanti” rispetto al tempo narrato in quel momento del film).

E sono frequenti questi salti, a volte intuiamo che si tratta di sogni di Margherita, ma non è sempre detto che sia così. Sono simboli che a volte si affacciano, perché il film non vuole essere narrativo in senso classico, vuole essere una rappresentazione di condizioni umane, di psicologie.

Concludo dicendo della immensa bravura dell’attrice che ricopre il ruolo della mamma: nei suoi sguardi, nei suoi gesti, nel modo stesso di parlare, leggiamo con incredibile trasparenza l’amore per i figli, l’attaccamento ai valori della vita (la cultura, in primis), la sofferenza; ma anche la progressiva perdita di lucidità, con una verosimiglianza che si direbbe impossibile per chi non ha nella vita reale passato quegli stadi della malattia.