Hateful eigth di Q. Tarantino

musicascolto
Sezione: Cinema

Tarantino sfiora, con questo film, il capolavoro. E non è certo la prima volta.

E’ incredibile l’epicità che riesce a conferire ai suoi film; lunghe storie, giochi di flashback e spostamenti nel tempo che creano una storia che sembra lunga una vita (ma si scopre invece essere lunga …una sola giornata!).

Incredibile la capacità di creare un’alta tensione e mantenerla ai massimi livello così a lungo, seppure in un film che, per gran parte della sua durata, è addirittura…lento. A una visione superficiale questo dettaglio che dettaglio non è potrebbe anche sfuggire: ma si tratta di un film moooolto basato su frasi e dialoghi.

I personaggi soprattutto parlano; spesso filosofeggiano, spesso dicono cose su quel sottile confine tra il verosimile, il bizzarro, il folle…che solo Tarantino e pochi altri (su tutti: i fratelli Cohen) sanno scrivere.

Prima di una svolta che avviene ben oltre la prima metà del film, dopo la quale, si entra in un film, diciamo così, “movimentato”, la tensione è altissima perché abbiamo la costante sensazione che ogni situazione possa esplodere da un momento all’altro, ogni personaggio è sul sottile filo di un pericolo che neanche riusciamo a definire e capire bene, ma siamo certi esserci.

E’ proprio nel suo modo di raccontare, di costruire la struttura narrativa, che Tarantino riesce a essere geniale.

Della tecnica registica ci sarebbe poi tanto da dire.

Primissimi piani e improvvisi dettagli spostano rapidamente, e con frequente sorpresa, la nostra attenzione, facendoci capire che certe cose sono importanti ma senza capire perché, o, altre volte, “prendendoci in giro” con cose che importanti non sono. Tarantino gioca con lo spettatore un po’ come il gatto col topo, ma lo fa proprio sfruttando il linguaggio filmico, cioè ciò che il testo scritto non può dire. E compiendo dunque un doveroso omaggio a ciò per cui il cinema è stato pensato.

Quel fantastico gioco di messa a fuoco continuamente cangiante nella scena in cui Daisy suona la chitarra: lei in primo piano, sullo sfondo, senza profondità di campo e quindi non a fuoco, persone che stanno facendo qualcosa che sarà determinante per lo svolgersi della storia; ebbene, lei ogni tanto si volta, e quando si volta il fuoco va sul fondo: vediamo quel che vede lei; si rivolta verso la chitarra, e il fuoco torna a lei; e si dà quest’alternanza, in un minuto, forse dieci volte.

Ci chiediamo perché: gatto col topo? Questa volta no. Quando succede questo pindarico uso della macchina da presa non sappiamo perché succede, ma lo capiremo. Ed è fatto proprio LI’, in QUEL contesto, esattamente perché Daisy sa ciò che noi non sappiamo.

E mentre il maggiore Warren narra a Smithers della morte di suo figlio…racconto alquanto duro e agghiacciante… il messicano Bob suona il pianoforte!

Abbiamo la sensazione che sia solo un elemento di contorno, uno di quelli, tipici del quasi-non-sense di Tarantino, più finalizzati a descriverci un carattere, la bizzarra psiche del personaggio (un apparente distacco e totale disinteresse da quello che si sta dicendo, o una irresistibile ossessione per quel pezzo al pianoforte che tenta di eseguire con varie prove ed errori?).

Scopriremo invece che anche questo atto è a suo modo essenziale. Film e meta-film si scambiano sempre i piani e i livelli, in maniera quasi sempre inconsueta e seguendo degli schemi assolutamente non convenzionali.

Oswaldo Mobray immerso in una sparatoria che poi (stacco con un salto temporale a flashback andata e ritorno) troviamo comodamente seduto, seppur moribondo, su una poltrona; Daisy  momentaneamente liberata dalle manette che nemmeno prova a organizzare o quanto meno ipotizzare una fuga per approfittare della insperata concessione.

Si è molto parlato di una presunta “svolta politica” di Tarantino; a onor del vero presunta non è, perché è lui stesso ad averla in qualche modo confermata in un’intervista; ma quella risposta mi sa tanto nasconda il desiderio, per forma di cortesia verso l’intervistatore, di acconsentire in maniera diplomaticamente affermativa a una sollecitazione su un aspetto magari presente ma non rilevante.

Negli ultimi film, si sostiene, sta sostenendo una sorta di visione politica certamente anti razzismo, fondando le sue storie su “eroi negri” o “eroi schiavi”. Django Unchained era, ad esempio, l’epopea della rivalsa di uno schiavo e della sua riconquista dell’amata?

E Hateful Eight vuole in qualche modo condannare la schiavitù o un certo tipo di rapporto di prevaricazione tra bianchi e neri, o tra sudisti e nordisti nella Guerra di Secessione?  Sinceramente, la mia attenzione di spettatore non viene affatto “attratta” da questo retrostante pensiero-visione.

A mio parere, quel che Tarantino cerca è soprattutto la costruzione di storie epiche, dal lungo, affascinante, suggestivo respiro. E ci riesce, da Kill Bill in poi, in maniera magistrale.