Dio esiste e vive a Bruxelles

musicascolto
Sezione: Cinema

Se giudichiamo questo film volendoci vedere a ogni costo una “morale”, cioè un messaggio; quindi se lo interpretiamo in base a (banali) simbologie, dovremmo dedurre che sceneggiatore e regista sono decisamente atei e ci stanno informando, seppure con le esagerazioni della satira e della parodia, che loro reputano il buon dio inesistente o, se proprio esiste, alquanto cattivo.

Ma sono convinto che non è questa la corretta chiave di lettura.

Se vediamo il film con gli occhi bigotti di un cattolico dogmatico, lo troveremo irriverente e addirittura blasfemo.

un dio che ha creato commettendo una marea di errori e anzi sadicamente accanendosi a definire e mettere in atto le “leggi della sfiga universale” (esilaranti! Ad esempio: “si ha sempre bisogno di dieci minuti di sonno in più rispetto a quando suona la sveglia”; “se cade una tartina con burro e marmellata, sicuramente cade a terra dal lato della marmellata”; “nella code alle Poste la coda che sta a fianco è sempre quella più veloce”) non offre molti margini per interpretazioni positive.

E pur rinunciando a un giudizio etico, potremmo vederlo ricco di spunti e foriero di riflessioni socio-psicologiche: l’uomo, una volta scoperta la data esatta in cui morirà, non ha forse più bisogno di dio ed è allora solo grazie a ciò che può vivere pienamente il suo “libero arbitrio”?

Ma se seguiamo queste tracce, il film, come ho letto in alcune critiche, risulterà debole, poco sviluppato, superficiale.

Non è così che va letto il film. 

Va “visto” invece come una poesia. Una dolce, commovente ballata sui destini di gente comune, seppur strana e bizzarra (la parodia), che trovano in una bambina, umana o divina che sia non importa, la “redenzione” da una vita di scelleratezze, di solitudini, di vuoti esteriori e soprattutto interiori. 

Il presunto dio è solo un pretesto narrativo, originalissimo e geniale, per costruire la storia: è il presupposto per motivare Ea, sua figlia (sorelle dunque di J.C., cioè Cristo: un Cristo che si è “opposto” a suo padre facendo cose buone nel mondo!), a scappare da casa, dopo dieci anni di insopportabile vita in famiglia chiusa in casa e senza poter nulla fare contro gli scempi che suo padre commetteva, e andare nel mondo, sulla Terra, tra gli umani, a trovare sei nuovi apostoli.

Apostoli moderni, protagonisti e scrittori di sei nuovi vangeli moderni, umani. Ecco, è un film profondamente Umano, come è Umana lo sguardo che De Andrè rivolge alle figure evangeliche nel suo capolavoro “La buona Novella” (concept-album liberamente ispirato dai vangeli apocrifi). Lì Maria (la Madonna) e Gesù vengono narrati nella loro essenza umana, ma che non li fa esseri meno divini di quanto siano, anzi.

Qui la figlia di dio non è del tutto umana (non ha mai visto il mare; non sa piangere!!), ma lo è nei sentimenti. E nella nobiltà dei sentimenti, nella semplicità del suo stupore per le debolezze degli uomini, nella sincerità dell’empatia che riesce a stabilire con essi, è la sua (la nostra) natura divina.

Le figure che incontriamo in questo suo percorso sono sul sottile confine tra verosimile e realtà, o forse tra verosimile e irrealtà. Tutte vengono toccate dalla grazia di Ea che, quasi senza volerlo, dopo aver “sentito la musica che risuona nel loro animo”, ne trae occasione o spunto per regalare un sogno, e per suggerire una trasformazione, sempre positiva.

Un “assassino” che ha misurato la sua vita solo sulla morte, si innamora per la prima volta nella sua vita, e il candore e la sincerità di questo amore induce l’amata a corrispondere.

Un uomo di 58 anni che ha condotto una vita vuota, di solo lavoro di ufficio e solitudine, ormai rassegnato a passare malinconicamente gli ultimi giorni della sua vita su una panchina in un parco, viene spinto a seguire un uccellino, che lo porta via, fino alla Groenlandia, dove forse  troverà magicamente l’amore.

Una ragazza bellissima, che attrae ogni uomo e genera invidia in ogni donna, ma è sola, non si è mai fidanzata, forse perché segnata per sempre da una disgrazia, un incidente in cui ha perso un braccio: per lei il regalo è un sogno, di una mano, la mano che le manca, che danza sul tavolo, e danza con una grazia, una eleganza, e una nobiltà infinite, che porta alle lacrime la ragazza e noi che guardiamo questa sorta di “dialogo” di sguardi e movenze. E così via.

Il finale è positivo, da “tutti vissero felici e contenti”, e questo forse è l’unico aspetto negativo del film in quanto un po’ scontato e banale, non in linea con quella visionarietà e surrealismo di cui tutto il film è impregnato.