Un film estremamente realistico nella messa in scena e nelle riprese, a al contempo molto poco realistico nella sceneggiatura, ovvero negli accadimenti che vediamo svolgersi mentre la trama del film si dipana.
Tra essi, cose davvero impossibilissime (sì, dovete concedermi questo sgrammaticato superlativo), di quelle che, detto sinceramente, mi fanno proprio incavolare.
Di Caprio, attaccato da un feroce orso, sarebbe dovuto morire più e più volte, e se proprio il dio dei cacciatori di pelli è riuscito a salvarlo in quel drammatico momento, come minimo doveva morire dissanguato nei minuti successivi, o di setticemia o denutrizione o disidratazione nelle settimane successive.
Constatando che ciò non era, confesso che mi è quasi venuta voglia di andar via dalla sala. Ma son stato fortunato a non farlo, perché si tratta di un bel film. Epico. Molto duro. Molto crudo e drammatico.
Con una regia davvero virtuosa, anzi che a volte diventa barocca e sfiora il virtuosismo narcisistico.
La cinepresa è DENTRO le battaglie, si muove confusa e instabile come instabile è il precario equilibrio di chi vorticosamente combatte. A volte una soggettiva con un movimento di camera “come per magia” diventa una oggettiva. Per dirci della continuità tra noi e il paesaggio, tra noi e il resto del mondo.
Personaggi, animali, oggetti, sono immersi in un tutt’uno, e questo tutt’uno si chiama realtà.
Da manuale del cinema il fiato che annebbia l’obiettivo, o la bava dell’orso mista a polvere che lo macchia. Questi e altri super-particolari da brividi, che ci coinvolgono tantissimo facendoci entrare nella storia in maniera tangibile, epidermica, quasi fisica.
Un modo di “catturarci” in 2D che nessun 3D è riuscito forse ancora mai ad attuare.
E poi, ambientazioni da lasciare senza fiato. Immagini di una bellezza sconvolgente, campi lunghi che ci rivelano paesaggi di una bellezza che non potevamo immaginare e ci induce quasi a credere che siano costruiti al computer (ma non credo che sia così, quanto meno non voglio crederci).
E’ una sorta di film western senza vincitori né vinti; è una battaglia contro la natura: il freddo, la lotta per procacciarsi cibo e acqua.
Gli indiani non sono i cattivi, il cattivo può essere tra noi e lo si diventa per salvarsi la pellaccia e per un mucchio di soldi; e chi vuole vendicarsi di lui, non lo fa perché (necessariamente) “il buono”, ma per vendicare l’uccisione di quanto di più caro gli era rimasto, il figlio.
Basta: non un popolo da salvare, non l’ovest da raggiungere, non l’oro da scovare: solo il forte, lancinante desiderio di vendicare un vigliacco omicidio, vigliacco quanto mai perché commesso mentre il padre era moribondo, impossibilitato a reagire.
Un film che ci mostra, senza alcuna retorica, quanto dura doveva essere la vita di cacciatori di pelle e degli indigeni in qualche modo a loro concorrenti o da loro deprivati di diritti o territori. Il tutto, come dicevo all’inizio, sbattendoci in faccia, senza infingimenti e senza desiderio di salvaguardare il decoro o la sopportabilità di piccini e deboli di cuore, sangue (tanto), bava ghiacciata dal freddo, organi interni di animali. Perché quel mondo è proprio così che doveva essere, signori.
