Amour

musicascolto
Sezione: Cinema

 Un film che più che “commovente” è angosciante.

Difficile essere d’accordo, a mio gusto, con la vittoria che ha conseguito al festival di Cannes, a meno che il livello medio fosse molto basso, in quanto direi che non si tratta di un capolavoro.

Ma è un film che merita elogi e apprezzamenti per un “valore” che raramente viene utilizzato nei giudizi cinematografici: non una sceneggiatura geniale; non fotografia o musiche spettacolari; non una storia e un modo di narrarla particolarmente poetico o suggestivo. Bensì: il coraggio.

Ciò che più mi ha colpito di questo film è il coraggio nel mettere in scena, nel rappresentare, in maniera così realistica e vivida, quindi straziante, un dolore e una difficoltà di “gestirlo” indicibili.

E’ un film che forse sconsiglierei a chi ha vissuto storie simili, ma al contempo consiglierei a chi non le ha vissute, poiché forse non sarebbe male iniziare a metter noi stessi davanti a un rischio che, facendo tutti gli scongiuri, potremmo un giorno trovarci a dover fronteggiare.

Sono convinto che è stato difficilissimo, mentre lo si è ideato, mentre si è steso lo script, si è scritta la sceneggiatura, mentre si riprendevano le scene, resistere e non cedere al pudore, o al dolore.

La storia viene rappresentata con una “lentezza” che non è espediente linguistico atto a dare al film quell’aurea di “film d’autore” che magari ruffianamente cerca di catturare consensi presso un certo pubblico e una certa critica. La lentezza è a mio parere assolutamente funzionale a consolidare nello spettatore questa sensazione di cruda realtà, che ci fa sentire la vicenda più vicina, più intima, più personale.

Così, non ci sono colpi di scena, non ci sono tragedie “sopra le righe”, non ci sono atti clamorosi (se non nel finale: ma con una “costruzione” sapientemente messa su dalle due ore che lo precedono, che lo rende quasi “inevitabile”).

Ci sono le pause della vita reale, i silenzi della vita reale, i dubbi e le riflessioni, le discussioni in famiglia tra chi chiede IN BUONA FEDE soluzioni con accorate richieste pur rendendosi un istante dopo conto che soluzioni non ce ne sono.

figlia: “papà, cavolo, ma possiamo una buona volta parlare SERIAMENTE di questo problema? “

risposta: “ah sì? OK, per me parlarne seriamente vuol dire che la porti a casa tua la mamma? O che la chiudiamo in una clinica per anziani in lunga-degenza; ti sta bene?”;.

Silenzio. Perché certe cose sono più grosse di noi, se siamo deboli come tutti gli esseri umani sono.

Infine, una nota di merito all’attrice protagonista: per lei il compito deve essere stato il più difficile; non bisogna essere solo ottimi attori per rappresentare quella sofferenza, ma bisogna anche avere fegato, per sbattere in faccia allo spettatore quel dolore che addirittura nella vita reale fa vergognare chi lo vive sulla propria pelle.

Ci vuole coraggio, dicevo, appunto.