Mommy di Xavier Dolan

musicascolto
Sezione: Cinema

 Una cosa che subito ci colpisce, lasciandoci perplessi, è la dimensione dell’inquadratura: un formato pressoché quadrato (forse proprio 1:1) che sembra andare contro tutte le recenti tendenze “spettacolistiche”.

Ma dopo pochi minuti di visione, è facile trovare un’interpretazione: la cosa è voluta perché il regista intende centrare quasi sempre la scena su primi o primissimi piani, su particolari e dettagli in estremo ravvicinamento.

Effettivamente credo che più del 50% dei fotogrammi di questa pellicola siano primi e primissimi piani; e c’è un forte senso espressivo in ciò.

Il film è particolarmente incentrato sull’approfondimento psicologico dei personaggi; in lunghe sequenza vediamo lo schermo riempito dal viso di un personaggio, e non sempre da chi sta parlando: magistralmente l’inquadratura si sposta, a volte, su chi sta ascoltando se è quello, in quel momento, il personaggio che più ha da “esprimere”.

Grazie a una accuratissima direzione di ottimi attori, riusciamo così a “entrare” nel film in maniera molto intensa e profonda.

Il regista sembra dirci “perché disperdere l’attenzione su elementi filmici estranei a tutto ciò?

Non mi interessa far vedere ciò che abitualmente vedremmo a sinistra o alla destra del personaggio o dell’oggetto inquadrato!!”.

Un dramma psicologico (la storia di una madre vedova con un figlio estremamente problematico e violento) raccontato con estrema “introspezione” sia narrativa che figurativa, dunque.

Ma c’è di più: l’inquadratura ristretta probabilmente è anche “simbolo” di una “gabbia” in cui i personaggi vivono.

Gabbia della propria impossibilità a convivere con i drammi rappresentati, che in ultima analisi sono limite estremamente deprivante della loro libertà interiore.

Il figlio ama la madre ma non riesce a liberare le proprie energie di adolescente che deve e vuole realizzarsi nella società, la mamma ama il figlio e risulta così schiava degli estremi sacrifici che deve fare per lui.

Emblematica, a questo proposito, la scena in cui Steve, il figlio, in un momento di fugace “serenità” in cui sente di poter finalmente farsi penetrare dalla anelata libertà, camminando sulla strada a un certo punto fa proprio il “gesto” con le braccia di aprire…piena compenetrazione di livello della storia e metalivello del narratore: nella storia, Steve, sente di poter “spalancare” le grate della gabbia che lo imprigiona, ma al contempo è come se volesse effettivamente (metalivello) “allargare” l’inquadratura della cinepresa.

Un vero colpo da maestro all’interno di un film molto bello in cui la sceneggiatura ci prende fino alla commozione e regia e montaggio assecondano come raramente capita di vedere ciò che nella sceneggiatura è scritto, assolvendo pienamente alla loro funzione cinematografica: dare una “interpretazione” della storia e, con ciò, “aggiungere” qualcosa alla storia stessa, esaltando così il ruolo del cinema come linguaggio intrinsecamente diverso da quello letterario o prettamente narrativo.