Composizioni: concerto per pf e orchestra n. 3 di Rachmaminov, concerto per pf e orchestra n.2 di Profofiev
Interpreti: pianoforte: Yuja Wang; orchestra Simon Bolivar diretta da Gustavo Dudamel
Etichetta: Deutsche Grammophon
Codice: 479 1304
Registrazione: 4/5
Confezione: 3/5
Questo disco si segnala a mio parere non tanto per il suo “pezzo forte”, il rach3, ma per la bella esecuzione di un concerto di Prokovfiev, il nr.2, di rarissima esecuzione sia in sala da concerto che in disco.
Del famosissimo concerto nr. 3 di Rachmaninov esistono eccellenti registrazioni (tra tutte segnalerei Horowitz/Ormandy, Van Cliburn/Kondrashin, Ashkenazy/Fistoulari), con cui la Wang, al di là di un noto e indubitabile iper virtuosismo che le permette di risolverne tutte le difficoltà senza apparente sforzo o alcun inciampo, non può competere e quindi non mi ci soffermerò ulteriormente.
Lodevole invece la scelta di proporre il secondo di Prokofiev, un concerto che a mio parere mostra una perfetta fusione di alcune “anime” del suo autore: quelle lirica, ravvisabile in alcuni brevi passaggi dell’introduzione e del finale, quella da decadentismo tardo-romantico (e in questo è molto simile al rach3; azzeccato dunque, anche, l’accostamento, se casuale non fosse stato), e quello che forse più diffusamente si tende ad associare all’autore: l’aspetto percussivo, motoristico, unitamente alla politonalità.
Il concerto fu in effetti molto apprezzato dai futuristi (anche italiani: Marinetti lo applaudì ed elogiò incondizionatamente) e lo Scherzo e alcune parti del Finale e dell’Intermezzo non ci rendono difficile crederlo.
Particolarmente riuscite nell’esecuzione della Wang e di Bolivar i “crescendi” di tensione che si realizzano nell’Allegretto del primo movimento, in cui una lunga cadenza, di notevole difficoltà tecnica, porta la tensione a livelli spasmodici fino al rientro davvero drammatico dell’orchestra nella coda, e nel finale, in cui comunque la Wang a mio parere eccelle, dimostrando di avere anche una notevole sensibilità di tocco e musicalità innata, nella parte centrale, soffusa, stranita, quasi pre-impressionistica, resa col giusto suono e quel gusto quasi onirico, che così bene contrasta con le sezioni esterne invece molto aggressive e “meccaniche”.
