In questa recensione, mettiamo a confronto due dischi contenenti la magnifica opera “estrema” di Richard Strauss.
Titolo: Four last songs;
Interpreti: Elisabeth Schwarzkopf, George Szell (Radio Simphonie Orchester Berlin);
Etichetta: Emi;
Codice: 7243 5 66908 2 0;
Titolo: Vier letzte Lieder;
Interpreti: Gundula Janowitz, Herbert von Karajan (Berliner Philarmoniker);
Etichetta: Deutsche Grammophon;
Codice: 0 28944 74222 0;
Richard Strauss, ormai malato e forse con qualche presentimento di essere ormai al capolinea della vita, decise di dedicare alla amata moglie questo suo toccante testamento musicale.
Compose questi 4 lieder a un anno dalla morte, e mai poté godere di una loro esecuzione pubblica (la prima fu con la Flagstadt e Furtwangler nel 50).
Sono canzoni che parlano di viaggi e della loro fine; del passaggio delle stagioni, del trascendere dalla vita terrena per confluire a un eterno riposo.
E con l’Amore sempre sullo sfondo, l’amore per la vita o per la propria amata, visti come in filigrana.
La scrittura della parte vocale è geniale, quella della parte orchestrale complessa ma decisamente fruibile; l’accompagnamento è sempre mosso, armonicamente cangiante, ricco di delicati impasti timbrici, di cromatismi, di splendidi e dolcissimi passaggi quasi cameristici.
Da ricordare l’assolo del corno sul finale del secondo lieder (“September”) e quello, lirico e struggente, di violino a metà del terzo lieder (“Beim Schalfengehen”). Gli ultimi due minuti dell’ultimo lieder (“Im Abendrot”), poi, non è che “evocano” l’addio della morte (un dolce addio, e questo è già un miracolo): SONO l’addio, SONO il commiato dalla vita.
E’ singolare il modo in cui il canto termina: le ultime note non sono in “cadenza perfetta”, è un intervallo ascendente che ci lascia l’aspettativa di una continuazione, non siamo indotti a credere che si tratti della fine della linea del canto; invece il soprano non tornerà più, ha ormai lasciato la vita, e restano solo due ultimi minuti di traslucente, toccante, straniante parte orchestrale che si dissolve lentamente.
Qualcosa di geniale e indescrivibile, in questo Strauss riesce a superare persino Mahler, già superlativo in “Il canto della Terra” nell’evocare il distacco dalla vita terrena.
In questa recensione metto a confronto le due edizioni che possiedo, entrambe di assoluto riferimento: la registrazione della Schwarzkopf con l’accompagnamento dell’orchestra diretta da George Szell, e quella della Janowitz con Karajan come direttore.
E son due versioni entrambe stupende eppure diversissime.
Dalla tecnica e dall’esperienza irraggiungibili la prima, dal timbro forte e incantevole la seconda.
La Schwarzkopf sfiora la perfezione, e se non la possiede pienamente è forse solo per un paio di passaggi in cui il timbro sembra leggermente incrinarsi (siamo nel 65, aveva ormai 50 anni e non poteva più avere la freschezza dei due decenni precedenti), ma il calore del suo canto, l’incredibile forza espressiva sono stupefacenti.
Entrambe ci incantano, ma è una malia di tipo diverso: la Schwarzokpf, in un certo senso, è più sensuale, carnale, oserei dire terrena, e così il suo addio alla vita è l’addio di chi non vuole staccarsene, di chi sente un legame e, pur nella serenità dell’opera di Strauss, manifesta in sottofondo se non un dolore, almeno un disagio, in questo abbandono della vita. L’interpretazione e la voce della Janowitz sono, viceversa, trascendenti, metafisiche. La Janowitz è già in cielo, la sua voce, stupenda e con uno spettacolare uso delle dinamiche, canta il suo addio con una voce mai spezzata, mai sofferente, quindi in un certo senso con distacco; la voce della Schwarkopf canta dalla terra, la voce della Janowitz è già proiettata nell’aldilà, canta dall’alto.
La prima ci incanta come può incantare una seduttrice, la seconda ci incanta come un mago, uno sciamano.
