Titolo: Primrose Green
Autore: Ryley Walker
Etichetta: Dead Oceans
Codice: DOC101
Testi: no
Credits: sì
Credits per pezzo : no
Registrazione: 4/5
Importanza: 3/5
Confezione: 2/5
Curiosamente, praticamente tutte le recensioni che ho letto di questo disco accostano il personaggio (anche) a Nick Drake.
Per me, un errore abbastanza madornale; a parte una sola traccia (“The high road”), in cui il tipo di arpeggio di chitarra, un certo mood malinconico, e l’arrangiamento di archi, ricordano un po’ Drake, direi che tutto il resto è ben distante, come stile, tipo di arrangiamenti, ed “espressività”, da quest’ultimo.
Mi pare invece che si possa molto più propriamente paragonarlo a John Martyn, soprattutto per alcune inflessioni vocali (ma anche un po’ per gli arrangiamenti), vedasi in particolare “Sweet satisfaction” e “All kinds of you”; ma anche a Tim Buckley, soprattutto per alcuni arrangiamenti (ma anche un po’ per alcune inflessioni vocali), in particolare in “Summer dress” e “Same minds”.
Certo non raggiunge i sublimi vertici di quest’ultimo, ma un certo sound che mischia folk, jazz e spruzzate di psichedelia, ci ricorda molta della produzione del grande e sfortunato cantautore americano.
E con questo, potrei concludere, ho detto tutto.
Ovvero, per me questi paragoni valgono come una cascata di elogi e non dovrei aggiungere altro per farvi capire che ho molto apprezzato questo disco.
L’album è pieno zeppo di buone idee compositive, arrangiamenti ben fatti e articolati, pezzi godibili e splendidamente suonati, con atmosfere ora bucoliche, ora molto intense e profonde.
Qua e là si sfiora una certa psichedelia: ad esempio nella coda di “Sweet satisfaction” e di “On the banks of the old Kishwaukee”, e ancor di più nella canzone “same minds”, un vero mantra folk-rock-psichedelico; piacevole, e diffuso in tutto l’album, quel lasciarsi andare con gli strumenti, con un’attitudine da jam session, o da jazz band se preferite, che ricorda un capolavoro indimenticato come Astral Week di Van Morrison.
Quest’attitudine jazz è evidente ad esempio in “Summer dress” (splendido l’incipit con contrabbasso, batteria e vibrafono, insolito – per la musica pop – il tempo di 6/8).
Perché dunque non è un capolavoro? Beh, se proprio dobbiamo trovargli dei difetti…sì, un paio ne trovo.
Forse è un po’ troppo “pieno”, nel senso che c’è un certo accumulo di chitarre acustiche ed elettriche, tastiere, batteria e percussioni, che saturano un po’ lo spazio sonoro e io avrei gradito qualche maggiore rarefazione, almeno a tratti. Il senso di “dinamicità” ne soffre.
In quasi tutti i pezzi dopo pochi secondi gli strumenti sono già tutti “dentro” e così continueranno fino alla fine del pezzo; anche la struttura degli accordi è ciclica e si ripete uguale fino alla fine di ogni pezzo; manca spesso la struttura strofa-ritornello, ma senza avere il “respiro” delle grandi ballate folk (Dylan docet); da questo punto di vista, i pezzi più che folk potrebbero essere intesi quasi come jazz modale.
E, poi, l’ attenzione verso l’aspetto melodico non è proprio costante e profonda come avrei preferito.
Spesso il cantato è frammentato, a piccole frasi, spezzettato, “impulsivo”; rare le linee vocali (o anche strumentali) lunghe, ariose, melodicamente accattivanti; questo per molti non è un problema, quindi non dovete interpretarlo necessariamente come un segnale negativo nell’orientare il vostro eventuale acquisto.
