Titolo: The Endless River
Autore: Pink Floyd
Etichetta: Warner
Codice: 82564621542
Testi: sì
Credits: sì
Credits per pezzo : si
Registrazione: 5/5
Importanza: 4/5
Confezione: 4/5
Prezzo: 3/5
Per un pinkfloydiano sfegatato come me, l’uscita di un nuovo album di inediti dei Pink Floyd (PF da ora in poi) è una emozione intensissima.
Si mette il disco nel lettore (o sul piatto, se in vinile) con una trepidazione mista a preoccupazione: quella di rimanere delusi, come spesso accade quando le aspettative sono troppo elevate.
In questo caso, è successo qualcosa di curioso, quasi di “paradossale”: il disco è…assolutamente coerente con le aspettative, anzi TROPPO in linea con quel che ci si poteva aspettare, cioè con quello che è il tipico “sound (e atmosfere) PF”…tanto in linea…che si rimane un po’ delusi.
Forse si gradirebbe di più qualche scarto, qualche deviazione.
Questo è invece un album pinkfloydiano fino al midollo.
La languida e sognante chitarra di David Gilmour, le liquide tastiere di Wright, la batteria semplice ma onirica di Mason…c’è esattamente tutto quel che “è” Pink Floyd.
Se non fosse che sono i PF stessi, saremmo quasi dentro i confini del plagio.
Questo giudizio calza praticamente con ogni traccia, ogni singolo minuto, ogni singola battuta di questo album.
Con dei “picchi”: come può la parte iniziale di “Anisina” non evocare l’inizio di “Us and Them”, di cui evoca passo, atmosfera, schema armonico?
Come può “It’s what we do” non farci sentire lo stesso identico sapore di alcune parti di “Shine on you crazy diamond”, a partire da quella tastiera nell’introduzione, e il ritmo della batteria?
E qua e là troveremo tracce di “Any colour you like”, di “Keep talking” e così via.
In fondo, questo è proprio quel che ci piace dei PF.
Questo è ciò che sapevano fare meglio (gli album “A momentary lapse” e “The division Bell”, soprattutto il primo, si discostavano a mio parere da queste atmosfere, e non a caso non mi furono graditissimi – TDB molto meglio di AMLOR, comunque).
E forse questa è l’ultima volta che potremo assaporarli così; la maggior parte dei pezzi dell’album infatti, come noto, consistono praticamente nel “ripescaggio” di una serie di tracce scritte e registrate anni fa, Richard Wright vivente (il suo contributo nel disco, sia a livello strumentale che compositivo, è rilevante), con qua e là qualche traccia aggiunta più di recente, e a quel che si dice non dovrebbero essercene altre lasciate ancora nei cassetti.
Con questo pensiero in mente, è con un pizzico di commozione che ascolterò la prossima volta questo album, e anche la volta successiva, e quella successiva ancora…. Eterni, immutabili Pink Floyd.
