Petrina – Roses of the day

musicascolto
Sezione: Dischi / Rock/pop/jazz etc.

Titolo: Roses of the day
Autore: Petrina
Etichetta: Tuk Music
Codice: TUK005

Testi: no
Credits: sì
Credits per pezzo : si

Registrazione: 4/5
Importanza: 3/5
Confezione: 4/5
Prezzo: 5/5

Petrina (nome completo: Debora Petrina) è una giovanissima e bravissima artista giunta con questo al suo terzo album (quinto se si considerano due lavori in ambito “classico/sperimentale”).

E’ una cantautrice dallo stile molto personale e originale, nei due primi album avendo mostrato una vena creativa davvero eclettica e geniale, spaziando dal rock al jazz al pop, sulla quale probabilmente tornerò.

In questo album ha però voluto cimentarsi con una serie di cover usando solo la sua voce e il pianoforte “preparato”.

Cosa vuol dire pianoforte preparato?

Il termine è dovuto al fatto che si fa precedere all’esecuzione la preparazione, appunto, dello strumento, applicandovi alcun “ritocchi”.

Tipicamente si tratta di inserire, appoggiare tra/su le corde o su altre parti strutturali degli oggetti di varia natura, al fine di ottenere delle modifiche alle caratteristiche timbriche o sonore dello strumento.

E di solito, anche se questa seconda attitudine non sarebbe proprio chiamarla “preparazione”, chi si cimenta in questi espedienti a volte adotta la prassi di suonare alcuni passaggi in maniera non convenzionale, ad esempio andando a percuotere le corde con delle bacchette, a pizzicarle direttamente con le dita delle mani (o magari…dei piedi, come sembra spiritosamente suggerire una bizzarra ma suggestiva foto acclusa nel booklet, che ritrae l’artista stesa sulla cordiera del pianoforte probabilmente a simboleggiare una totale simbiosi col suo strumento).

E’ una pratica nata negli ambienti dell’avanguardia musicale del 900 e dunque adottata praticamente solo nell’ambito della musica “colta” moderna; da lodare, dunque, Debora Petrina per il coraggio, l’originalità della scelta insolita di introdurre questa pratica nella musica, diciamo così, “leggera”, al quale questo album, per quanto molto sofisticato, deve essere ascritto.

I pezzi interpretati sono trattati con molta fantasia, in alcuni casi introducendo delle piccole variazioni melodiche o alla struttura armonica dei pezzi; chiaramente è soprattutto il sound a essere rivisto, vista la strumentazione, e questo dà quella coerenza e uniformità all’album che permette di vedere tutti i pezzi, seppur provenienti da autori e repertori diversissimi, come costituenti un organismo unico, coerente; un percorso piacevole e ben confezionato.

Parliamo dunque dei due unici strumenti presenti nell’album.

La voce: è davvero incredibile la gamma di sottili sfumature che Petrina riesce a instillare nel suo canto: si toccano vertici di dolcezza infinita (“River man”, “Ghosts”, con quell’inizio dall’ atmosfera così misteriosa e come sospesa nel buio), altrove energia e vitalità (tutto “Burning Down the House”, i versi centrali di “Roses of the day”), poi momenti di pura, onirica poesia…

Insomma Petrina dimostra in questo album, forse più che nei precedenti (proprio perché, essendo di cover, siamo portati a concentrarci più sulla interpretazione che sugli aspetti compositivi), di essere una cantante davvero dotata, strepitosa.

Il pianoforte: beh, la bravura di Petrina come pianista è certa ed evidente, e non spenderò su questo altre parole che sarebbero superflue (può bastare scovare e leggere su Internet la sua biografia, che narra ad esempio di studi di musica classica).

E’ interessante invece andare ad analizzare, ed apprezzare, come l’artista ha “risolto” il niente affatto banale compito di trascrivere per pianoforte interi “arrangiamenti” fatti con molti strumenti; le scelte più interessanti si trovano a mio parere, da questo punto di vista, in alcuni pezzi.

In “Light my fire”, in cui il pianoforte si fa carico sia della componente ritmica che di quelle, a esso più consuete, armoniche e melodiche; nell’inizio si coglie subito il primo aspetto, nella lunga parte centrale, solo strumentale, è davvero notevole il sostengo armonico che “simula” il famoso riff di organo, e sopra di esso una veloce, lunga e bellissima linea melodica.

In “sweet dreams”, direi in maniera consona al titolo, l’accompagnamento all’inizio è onirico, ipnotico, la voce molto sognante; poi cresce la dinamica; notiamo come Petrina riesca, nonostante i pochi mezzi, a rendere il pezzo estremamente variegato e direi, sorpresa!

Meno monotono dell’originale! “River man” è un pezzo stupendo, indimenticabile, di quel grande quanto sfortunato cantautore inglese che fu Nick Drake; Petrina lo omaggia con rispetto e mostrando di sapere entrare alla perfezione nell’atmosfera e nello “spirito” del pezzo. Toccante, magica cover.

In “burning down the house”, pezzo molto “ritmico”, Petrina non si lascia intimidire dal non disporre di batteria e basso elettrico e assegna al pianoforte anche il ruolo di questi, con un uso molto percussivo del registro grave, che unitamente all’uso di un canto molto grintoso, riesce a rendere totalmente l’energia quasi tribale dell’originale dei Talking Heads.

E la “preparazione” del piano?

Potrete notarla ad esempio all’inizio di “Angel Eyes”, splendido pezzo dalla fumosa atmosfera jazz, di quei pezzi da canzoniere classico americano il cui lustro è stato nel tempo dato da mostri sacri quali Billie Holiday, Nina Simone…

E poi all’inizio di “Roses of the day”, di “Tutte le carte in regola” (canzone del mai troppo elogiato Piero Ciampi, che Petrina interpreta con un pizzico di ironia e uno spiccato gusto “teatrale”), in “sweet dreams”.

Timbri speciali mai fini a se stessi; sono funzionali all’espressività dei pezzi e in ogni caso a “movimentare” un disco evitando così quello che poteva essere, potenzialmente, il suo unico inconveniente: una certa monotonia nel sound. Pericolo scansato alla perfezione.