Giunta al suo quinto album, intendendo con ciò album rock-pop di composizioni sue (chè ha inciso anche altro, ad esempio come pianista un disco di musiche di Morton Feldman), questa poliedrica artista evidenzia a mio parere un ulteriore salto in avanti nel percorso di maturazione artistica. Poliedrica, dicevo. Petrina, al secolo Debora Petrina, è pianista, cantautrice, danzatrice, scrittrice….Il libro di racconti che ha realizzato con la campagna di crowdfunding che ha portato alla pubblicazione di questo album (e di altro – ad esempio “Nuovo Mondo Symphonies” in collaborazione con Giovanni Mancuso) è davvero splendido. Ironico, scritto con un linguaggio mai banale, scorrevole, a tratti toccante, anche divertente pur toccando, ma con leggerezza e senza mai darsi arie da “pulpito”, temi seri e profondi: maschilismo, senso di smarrimento indotto dal periodo di clausura pandemica, difficoltà oggettive nella vita di un musicista che non sia “popolare” nel peggiore senso del termine, ecc..
Ma…torniamo al disco. Analizziamone i pezzi uno per uno, perché meritano tutti, e toccheremo così alcuni aspetti salienti e “tipici” della sua arte, che puntualmente sottolineerò
Begonie: accordi di pianoforte, in un minuto e mezzo Petrina dispiega già innumerevoli sfumature e inflessioni vocali, per una sorta di sogno/incubo in cui natura, psiche, realtà oggettiva si compenetrano in strane commistioni (“c’è una foresta nella mia testa, c’è una foresta anche nel mio balcone”….“dalla finestra orrenda visione, le piante dentro e io sul balcone”)
Cocktailchemico: si cambia atmosfera, questo è un bel rock cadenzato, con l’entrata in scena di chitarra, basso e batteria. Mi sembra una sorta di canto di resistenza e opposizione verso il maschilismo (“non sono io quella che umilierai/dalla tua costola non sono nata mai”) forse contro abusi sessuali (“dalla tua cintola io mi divincolo, non sono io quella che tacerà, dalle ferite scorrono parole, le infilo una ad una come un esattore”) e che rivendica il desiderio e lo sforzo di curare le proprie ferite emotive (“e pedalando mi scolo ogni mio errore, faccio un cocktailchemico che ripara i tessuti del cuore, mescolo il rabarbaro con il rancore”)
Ginnastica: qui possiamo iniziare ad apprezzare la perizia compositiva di Petrina; ad esempio notiamo un percorso armonico inconsueto sul verso “ogni giorno divento più flessibile, e facilmente prendo nuove posizioni per adattarmi al cambio di opinioni”
Era ieri: è il mio pezzo dell’album preferito, proprio per la perizia compositiva e in particolare per l’originalità armonica: originalissimi ad esempio i passaggi di accordi da 0:26 a 0:48 circa, da 1:42 c’è una armonia stupenda appena accennata, che sembra aprire a nuovi percorsi, che però non si avviano; da 2:36 a 2:48 i passaggi armonici e il modo in cui la melodia vi si adagia mi lascia senza fiato. Insomma siamo totalmente all’opposto del concetto di “canzonetta”.
Panorami-che: bel giro di basso, e un altro aspetto “tipico”: una melodia stupenda, dolcissima, incantata, ma su uno scenario musicale nettamente “urbano”, vagamente industrial, anche leggermente inquietante; questo gioco dei contrasti mi sembra rientri nella “poetica” di Petrina
Amore è cieco: la canzone forse più intima, personale, in cui con tenero candore e sincerità Debora ci narra del senso di inadeguatezza (che è di tutti noi, incapaci di capire il mondo dei sentimenti) a sintonizzarsi con i propri sentimenti e con l’amore (“amore è cieco e vede da lontano, io non ho visto nulla nemmeno da vicino”….“amore è un vecchio che sa tutti i proverbi, io che da mio padre ho imparato solo a coniugare i verbi”); e troviamo anche qui abbondanti dosi delle sue qualità vocali; verso il minuto 1:10 (“e di fuochi che ora sono spenti”) addirittura mi sembra quasi di ascoltare una certa Mina! E’ una specie di lento valzer scandito dal pianoforte, in cui la ritmica entra ed esce di continuo, rendendo l’ascolto vario e sempre accattivante.
Astronauta: qui invece l’atmosfera dell’arrangiamento è decisamente in linea col testo, sembra di ascoltare una vibrazione cosmica, la musica delle sfere celesti; canzone melodicamente splendida, novella odissea alla “Space Oddity” ma in cui il protagonista è forse perso in una voragine cosmica che è “dentro”, è l’abisso della nostra interiorità dove possiamo sognare e aver paura, nascondere le nostre tempeste o correre a perdifiato inseguendo biglie colorate.
Cuore nero: uno degli espedienti tipici di un recensore è fare paragoni e accostamenti; questo pezzo mi fa pensare a quelle che a mio parere sono due delle “influenze” più presenti (che siano consapevoli o solo similitudini casuali, poco importa; e se fossero consapevoli, gliene deriverebbe onore, vista la qualità delle proposte artistiche di chi sto per citare): Cristina Donà (che, come mi conosce sa bene, è la mia cantautrice italiana preferita insieme a Patrizia Laquidara e a …Debora Petrina) e Tori Amos; questo pezzo, ad esempio, ha un inizio dal forte sapore “alla Cristina Donà versione rockettara” (quella dell’album “Tregua”, per intenderci); pezzo elettrico che inizia con chitarra e voce, poi dopo una pausa entrano batteria e basso, provocando un vero tonfo al cuore (nero)
Cosa sai di me: canzone dalla bellissima melodia, accompagnamento di pianoforte e poco più. Finisce con un accordo sospeso, anziché con una “cadenza perfetta”; altro tocco di classe che rivela come le capacità compositive di Petrina siano assolutamente inusuali nell’ambito della musica cosiddetta “leggera”. Anche qui ci sono tracce di cromosomi di Cristina Donà; ad esempio in tutta la prima strofa, soprattutto in “uscire con il cuore in mano non è più un taboo”…oppure quando canta “scorrono i pesci in fondo al mare” (qui citazione , chissà se voluta, anche nel testo e nella linea melodica!) Troviamo inoltre un certo gusto per geniali giochi di parole: “cosa sai di me, sai di me, sai dimenticare; ora perdi me, perdi me, per dimenticare”
Jingle: una specie di tango per voce, pianoforte e percussioni. Da 2:00 la ritmica improvvisamente si interrompe e inizia un bellissimo riff di pianoforte e il bridge…che mi offre l’occasione per ricordare l’altro riferimento che ho sopra già citato: Tori Amos (o se vogliamo Kate Bush, da cui a sua volta la Amos ha secondo me “preso” qualcosa), con una atmosfera sospesa, oasi onirica e misteriosa. Anche quando canta “ed il tuo andare non aveva altra meta” e i pochi accordi di piano immediatamente successivi li trovo molto “Tori Amos”.
Piccola cicatrice: atmosfera simile ad “astronauta”, la melodia è stupenda, struggente, malinconica. Coda di synth e pianoforte intensa, emozionante. Qui Petrina al pianoforte si dà molto da fare, dimostrando ciò che potrebbe fare ma (ancora) non osa, se non a tratti, nei suoi dischi “pop-rock”. Nel testo compare l’espressione “Piccola faccia”; è un caso, o è ancora un “omaggio” a Cristina Donà (in Tregua c’era una canzone con questo titolo)?
