Native Harrow – Old Kind of Magic

musicascolto
Sezione: Dischi / Rock/pop/jazz etc.

Critici e appassionati sono sempre alla spasmodica ricerca del “nuovo qualcuno”, dove qualcuno è qualche “mito” riconosciuto; si cerca il nuovo Dylan, tipicamente, o la nuova Joni Mitchell. Ed è facile incappare, per eccessi di entusiasmi, in recensione che nel descrivere qualche nuovo cantautore o cantautrice dichiara di aver finalmente trovato questa sorta di Santo Graal. Mentre per Dylan, in un certo senso, non è così raro trovarne, nel senso che lo stile non è poi così personale, dal punto di vista della proposta musicale, secondo me con la Mitchell l’obiettivo è molto arduo; nessuna a mio parere ancora è riuscita a ad avvicinarsi alla sua incredibile creatività melodico-armonico.

Tutta questa premessa perché anche la proposta di questo gruppo, e in particolare il canto della leader, tale Devin Tuel (titolare della “ragione sociale” insieme a Stephen Harms), è stato accostata alla divina Joni; a mio parere sbagliando (vi dico la mia: l’unica che come sofisticazione delle melodie e inflessioni nel cantato che le si è avvicinata è Laura Marling); a me semmai ricorda più l’ultima Maria McKee, quella dello splendido recente album “La vita nuova”, oppure Emmylou Harris; e questo soprattutto in un cero modo di porgere il vibrato, un vibrato largo e intenso, a fine frase. Qualche similitudine, però, c’è, ma è così sfacciata che è in realtà citazione; avviene ad esempio nei cori che accompagnano il ritornello di “Old kind of magic”, la title-track.

Detto ciò, potrebbe sembrare che questo è l’inizio di una recensione più negativa che positiva, e invece…siamo di fronte a uno splendido album. Innanzitutto i Native Harrow hanno una spiccata capacità di inserire nelle loro musiche passaggi e elementi che riescono a disattendere piacevolmente le attese (e cosa rende una musica accattivante più della “sorpresa”?); avviene ad esempio in alcuni passaggi melodici della bellissima “Heart of Love”.

Inconsueta ritmica caratterizza invece la splendida ballata “I was told”: un tempo di 6/8 con il colpo di rullante sulla quarta pulsazione durante la strofa, accenti sincopati nel ritornello. Ed è originalissima quella lunghissima pausa tra “I used to be” e “free” nella quinta traccia, “I used to be free” appunto; la musica si spegne e tace addirittura qualche secondo, creando un bel senso di attesa e quindi di delicata tensione.

Cito infine l’arrangiamento d’archi di “Long long road”: variegati, movimentati, non pomposi o solenni come spesso avviene nella musica pop, ma diciamo da “musica da camera”; fanno insomma pensare, per intenderci, ai geniali arrangiamenti di Robert Kirby negli album dell’indimenticato Nick Drake (e scusate se è poco).

In conclusione, un bellissimo e piacevole album di folk-rock con leggere screziature di jazz e pop psichedelico.