Musica “leggera” e musica….senza aggettivi

musicascolto
Sezione: Archivio editoriali

Recentemente ho visto su Rai5 un interessantissimo film-documentario del 1972 dal titolo “c’è musica e musica”.

Il film espone delle riflessioni sulla musica folk, popolare ed etnica, con una particolare attenzione allo studio dei rapporti da un lato tra queste e la società e la “funzione” che la musica riveste, dall’altro i suoi rapporti con la musica cosiddetta classica.

A un certo punto si cita una frase espressa dal compositore e musicologo Paolo Castaldi, secondo cui <<…la differenza tra musica “senza aggettivi” e musica “leggera” è che la prima viene composta secondo i gusti del compositore, la seconda secondo i gusti del pubblico, dei fruitori>>. Implicitamente sottolineando un interesse a vendere musica che sarebbe inedito e tipico della musica cosiddetta “leggera”, o “di consumo”.

Beh, non penso di essere tacciabile di presunzione se sostengo, in maniera certo irriverente visto l’ interlocutore a cui ora mi contrappongo, ma inoppugnabile, che mi sembra un’eccessiva semplificazione e, soprattutto, una visione con ben poco fondamento.

Sostenere quella tesi (che, ne son certo, è sostenuta dal Cataldi solo come semplificazione provocatoria, cioè un modo di rappresentare il concetto in maniera drastica per poter esprimere in realtà giudizi di valore, non definizioni) significherebbe negare che tutti (o molti) i compositori classici praticamente da Beethoven in poi abbiano composto musica, in fondo, per vendere.

Fino all’era del mecenatismo, si componeva per compiacere la corte o il ducato o il regno che dava sostentamento e lustro al musicista; ma, a un certo punto, e questo punto si situa nel “periodo classico”, di Mozart e Beethoven per intenderci, i compositori sono indubitabilmente diventati imprenditori di se stessi.

Certo, non si incidevano e vendevano dischi; ma si campava con i proventi che gli editori riconoscevano per la pubblicazione delle musiche.

Si dirà che oggi, col mercato del disco e, più in generale, il consumismo e una certa “mercificazione” dell’arte, il fenomeno della vendita di musica ha acquistato un potere e una risonanza più rilevanti che in passato, ma è così solo in termini numerici, quantitativi. Non si può dunque, a mio parere, trasporre su un piano qualitativo questa differenza, che non c’è nella sostanza delle cose.

Al massimo possiamo sostenere, semmai, che oggi c’è più interesse di una volta a vendere, ad esempio perché c’è più concorrenza (o perché oggi è più remunerativo? Non saprei, andrebbero fatti studi ben documentati che soppesassero vari fattori, tra cui ad esempio il costo della vita in epoche così distanti, e non mi risulta siano stati fatti).

La cosa andrebbe approfondita, detta così è un po’ banalizzata, ma lo spazio di un editoriale non me lo permette.

Ma ci tornerò, magari a più riprese. Ci tornerò perché uno dei temi che più mi affascinano è proprio questo: che differenza c’è tra la musica “leggera” e la cosiddetta musica “classica”?

Stimolante tema, non riuscirò a trattenermi dall’argomentarlo 🙂

Prima di salutarvi, sintetizzo le “novità” di questo mese:

  • le recensioni di due bellissimi dischi, ovvero le ultime uscite di Bill Fay e di Julia Holter;
  • la recensione di un libro che è una vera e propria “bibbia” per gli appassionati di musica classica del periodo romantico (“La generazione romantica”, di Charles Rosen);
  • l’elenco dei migliori album rock del 2014 (in my opinion, si intende).