Confronto tra i due più recenti album dell’artista britannico, ex leader dei Dire Straits; uno più “virato” verso il blues, l’altro più verso atmosfere tradizionali irlandesi
Inutile spendere molte parole di presentazione per l’autore di questi dischi.
Leader e compositore del famosissimo gruppo dei Dire Straits, allo scioglimento del gruppo ha dato avvio a una interessante carriera solista che ha a mio parere prodotto album solo discreti ma anche tre picchi notevoli: due sono qui recensiti, l’altro è “Ragpicker’s dream”, uno dei suoi album a dire il vero meno famosi e passati un po’ in sordina anche presso la critica specializzata.
Knopfler è dotato di un “tocco” riconoscibilissimo alla chitarra, nonché di una voce baritonale molto calda e suggestiva.
Nel suo percorso artistico sta lentamente ma inesorabilmente convergendo verso una certa riscoperta delle radici, che nel suo caso vuol dire radici celtiche; così, non di rado dissemina nei suoi album atmosfere irlandesi o celtiche, sia nel tipo di melodie folk, sia nella strumentazione usata.
Questi due album non sfuggono a questa regola.
Per quanto riguarda “privateering”, la si trova ben rispettata in pezzi come “Haul away” o “Kingdom of gold”, mentre in “Tracker” il tasso “irlandese” è più alto. Lo troviamo già alla partenza, “Laughs and jokes and drinks and smokes”: curioso brano, molto jazzato nell’intro e nella parte conclusiva, con contrabbasso e ritmo in 6/4 (non certo consueto nell’ambito della musica pop), ma che in tutta la parte centrale, cioè la maggior parte del pezzo, è impregnata di atmosfera irlandese, con quelle uillean pipes che accompagnano il canto.
Anche “mighty man” segue questo stile.
Generalizzando un po’ l’analisi, e volendo azzardare un giudizio di merito, devo dire che forse preferisco leggermente “Privateering”, per via di una certa maggior varietà; mentre “Tracker” è molto omogeneo nel suo proporre soprattutto ballate elettro-acustiche che stanno appunto nell’orbita del folk o al limite del folk-rock, in “privateering” c’è anche una forte presenza di blues, che peraltro è un genere che Knopfler per la prima volta ha affrontato con questa convinzione e con questa totale aderenza di stile.
Abbiamo così brani di blues elettrico “classico”, tra cui vale la pena citare “Don’t forget your hat”, “Gator blood”, “Go to have something” (qui la melodia ricorda decisamente alcune cose di Eric Clapton) e quello che forse è il mio preferito, “Bluebird”, sensuale e sinuoso slow-blues impreziosito da uno dei migliori assolo di armonica che io ricordi.
Ma abbiamo anche brani di folk-blues come “Privateering” o “Today is ok”, addirittura in stile “anteguerra” (splendido l’uso del mandolino).
Blues o folk di derivazione tradizionale irlandese a parte, mi piace sottolineare alcune altre canzoni che sono certamente tra le migliori.
In “Tracker”, tra i pezzi migliori segnalerei “Basil”, con splendida melodia, bellissimo accompagnamento di chitarra acustica e pochi azzeccati interventi di organo, pianoforte e chitarra elettrica, e “Lights of Taormina”: bellissimo l’andamento, leggermente caraibico, la chitarra di Knopfler insieme a una slide in sottofondo, una melodia evocativa e coinvolgente; e il finale è ancora più bello, con quella fisarmonica che dà un meraviglioso tocco di nostalgia…
Due splendide ballate contenute in “Privateering” sono invece “Seattle”, dalla melodia dolce e malinconica, e “Radio city serenade”, in cui ci tocca nel profondo la splendida, romantica e malinconica tromba di Chris Botti.
Lo so, lo so, la curiosità è inevitabile: ci sono pezzi “alla Dire Straits”?
Beh, per quanto Knopfler sembra stia facendo di tutto per staccarsi da quei clichè, riuscendoci peraltro abbastanza bene, a volte proprio “gli scappa” e non riesce a farne a meno.
Succede ad esempio, per quanto riguarda l’album “Tracker”, in “Beryl”, col tipico sound e ritmo alla Dire Straits; ma la chitarra è riconoscibilissima anche, ad esempio, nell’inizio di “migthy man”.
Mentre nell’altro album l’assolo di chitarra elettrica di “Go, Love” e ogni cosa del pezzo “Corned beef city”, profumano di Dire Straits da mille miglia.
Curioso è invece, a questo proposito, il pezzo “I used to could”, che inquina il Dire Straits style con dosi di blues-shuffle, facendone scaturire un mix molto intrigante, anche grazie a un magnifico uso del pianoforte.
In conclusione, due album da consigliare certamente ai fan dei Dire Straits e/o della carriera solista di Knopfler, ma anche a chi, senza magari conoscere il suo autore o esserne un fan di vecchia data, cerca in un disco delle canzoni con belle melodie, splendidamente suonate, profonde, senza bizzarrie né picchi di genialità ma, diciamo, in grado di regalare un piacevole, misurato, equilibrato “ascolto impegnato”.
