Prezzo: 4/5
Confezione: 3/5
Registrazione: 1/5
Importanza: 3/5
Testi: sì
Traduzione testi: no
Credits: sì
Credits per traccia: no
L’addio
Narrano le note di copertina che durante una esecuzione dell’opera la Ferrier non riuscì a cantare l’ultima strofa poichè scoppiò a piangere; difficile effettivamente non commuoversi per questo suo (capiremo fra poco perchè “suo”) addio anche per noi ascoltatori.
Il canto della terra è una raccolta di Lieder il cui testo è tratto da alcuni poemi cinesi e che fu musicata tra il 1907 e il 1909 da Gustav Mahler.
Fantastica, quasi “astrale” la congiunzione di talenti riunitisi in questa registrazione (a proposito: registrazione mono e dalla risposta in frequenza alquanto “chiusa” ma il valore artistico è sublime e vale decisamente anche un ascolto affatto audiofilo): Bruno Walter era amico di Mahler, e la Ferrier era una delle cantanti più stimate dal direttore (e dal mondo degli intenditori tout-court!!).
Ma vi è anche una singolare congiuntura “temporale”: tristemente, quando il disco fu registrato la Ferrier era già gravemente malata di cancro, e lo sapeva, e sapeva di non avere ormai più speranze di guarigione.
Potete allora immaginare con quanta intensità, partecipazione, commozione purissima abbia potuto interpretare questi canti di passione, sofferenza, vita e morte della natura; in particolare in quell’ultimo, lunghissimo, struggente canto intitolato, guarda caso, “l’addio”.
L’interpretazione della Ferrier mi sembra da manuale, così come di alto livello è quella del tenore, Julius Patzak.
La musica è a mio parere molto godibile, anche se “difficile” perché raramente orecchiabile o epica o sontuosa (anzi, seppr suonata da un’orchestra sinfonica, assume spesso dei caratteri più simili alla musica da camera), e in certi passaggi invero anche un po’ ripetitiva.
Ma è un fantastico scrigno di segreti melodici e armonici; alcuni passaggi armonici del primo pezzo sono davvero insoliti, quell’arpeggio articolato degli archi del secondo pezzo è molto moderno, così come genialmente moderne sono molte scelte timbriche di quel maestro dei colori sinfonici che fu Mahler.
Su tutte, segnalo l’uso del mandolino e soprattutto della celesta nell’ultimo pezzo.
Ed è fantastica la capacità espressiva dell’autore, a cui si affianca degnamente quella dei Wiener Philarmoniker, che si riflette in una perfetta aderenza tra il “tono” espressivo delle musiche e il tema via via trattato.
L’alcol per dimenticare le sofferenze della vita, del primo pezzo, si fa accompagnare da musica virile e a tratti impetuosa;
La giovinezza e la bellezza del terzo e quarto pezzo si fanno invece accompagnare da musica più frivola e giocosa;
Il tema dell’attesa e poi l’addio dell’amico, sullo sfondo di una natura che nei suoi cicli infiniti si rigenera e rinasce ma in cui non è dato all’umano di potere godere di uguale destino, è invece rappresentato da musiche apparentemente scarne, pacate, ma con una velata inquietudine.
Un’inquietudine sotterranea che viene fatta solo intuire da quel piccolo semplice tema un po’ orientaleggiante che si ripete più e più volte…
Walter, quando la Ferrier gli chiese scusa per il suo pianto improvviso, rispose “Ma signora, se tutti noi fossimo degli artisti del suo livello, saremmo tutti scoppiati in lacrime come lei”.
Come dicono i francesi, chapeau !
