Nella musica classica si parla di esecuzione/interpretazione, mentre è invalso l’utilizzo del termine cover, adottato nella musica cosiddetta “leggera”.
Quali le differenze tra i due mondi che stanno alla base di questa disgiunta terminologia?
Nell’ambito della musica classica, l’esecuzione di un pezzo, di una composizione, da parte di uno o più musicisti “interpreti” (un pianista, un’orchestra, un quartetto ecc..) viene appunto chiamata interpretazione, o magari esecuzione; nell’ambito della musica cosiddetta “leggera”, invece, quando qualcuno suona/canta un pezzo di qualcun altro, si parla di cover.
E’ una curiosa differenza, su cui mi è piaciuto riflettere un pochino. Non mi riferisco, chiaramente, alla differenza di vocaboli, ché magari potrebbero rappresentare semplicemente due modi diversi di chiamare la stessa cosa.
Se ci pensiamo anche solo un istante, ci rendiamo conto che il quadro è diverso anche e soprattutto nella sostanza, e vi sono vari interessanti risvolti della questione. Riflettere sul rapporto tra (i significati di) quei due termini ci spingerà a valutare e confrontare alcuni interessanti aspetti della “produzione” di musica classica e della produzione di musica leggera.
Partiamo dalla prima.
La musica classica è eminentemente una musica SCRITTA; si assume, cioè, che l’atto della composizione abbia come risultato tangibile uno spartito in cui è “impressa” la musica ideata.
Uno spartito, in quanto tale, non è musica, soltanto la rappresenta. Non è suono; per convertirsi in suono, ha necessità di essere ri-creata, per così dire, da un esecutore.
Per fortuna (o, secondo alcuni, purtroppo), nello spartito non è possibile trascrivere per filo e per segno le intenzioni del creatore fino al punto da prescrivere in ogni minimo dettaglio ciò che l’esecutore dovrà fare.
Ad esempio, la “dinamica” (cioè il “volume” con cui le note dovranno essere suonate) è rappresentata da una indicazione graduata (dal ppp, pianissimo, al fff fortissimo) che però, come può intuire anche chi non è musicista, non può non lasciare dei margini di libertà all’esecutore; non è un’indicazione del volume in decibel, ma solo un’indicazione di massima utile soprattutto ad esprimere rapporti relativi tra una sezione e l’altra della stessa composizione!
E il tipo di “tocco” da utilizzare, che influenza il timbro, può essere solo suggerito, non prescritto.
Ci sono state, inoltre, epoche in cui all’esecutore veniva lasciata molta più libertà di quanto siamo abituati a immaginare; nell’epoca barocca, e in misura ancora maggiore nelle epoche precedenti, era gradito se non quasi obbligatorio che l’esecutore introducesse abbellimenti e ornamentazioni nella melodia, potendo così quest’ultima essere modificata in misura anche considerevole.
Dunque, l’esecutore, più o meno consapevolmente, in maniera più o meno ragionata e pianificata o istintiva, compie delle scelte.
E questo, vivaddio, fa sì che un preludio di Chopin suonato dal pianista X può differire dallo stesso preludio suonato dal pianista Y.
E’ (anche) su questo presupposto che si fonda la disciplina musicologica detta “storia dell’interpretazione”, è da questo che trae vantaggio persino il mercato discografico.
Potrà sembrare cinico, ma in fondo si possono comprare (e quindi vendere, e quindi produrre) vari dischi delle stesse composizioni grazie al fatto che il melomane, con esperienza di ascolto almeno media, apprezzerà delle differenze e potrò gradire l’uno piuttosto che l’altro.
Ecco, in definitiva, che si parla di interpretazione: l’esecutore non è solo mero “esecutore”, ma deve interpretare il testo scritto (lo spartito) per trasformarlo in “suono” in uno dei possibili (infiniti) modi. Ebbene: questo ragionamento può essere traslato nel campo della musica leggera?
Uhhhmmmm…no…non direi…la musica leggera raramente è scritta; semmai, più spesso, è trascritta, cioè riportata su spartito a posteriori per scopi didattici o commerciali o “ludici” (avete presenti quei libroni con gli accordi e i testi delle più famose canzoni, che ci portavamo, armati di chitarra, ai picnic quando eravamo ragazzini?).
Il punto essenziale è che nella musica leggera, in un certo senso, la fase di composizione e la fase di registrazione vengono quasi a fondersi, a identificarsi nello stesso atto creativo: un pezzo di musica leggera, per il pubblico (solo per il compositore non è così) NASCE quando una sua specifica esecuzione viene prodotta e incisa per un disco (tralasciamo i rari casi in cui l’artista propone il pezzo, o una sua versione abbozzata, prima in concerti dal vivo per poi inciderlo solo dopo averlo “rodato” live).
Dunque, la fase di produzione acquista una rilevanza sconosciuta nell’ambito della classica; anzi, nell’ambito della classica, fino a poco più di un secolo fa – cioè prima dell’invenzione degli strumenti di registrazione/riproduzione audio, non avrebbe proprio avuto senso.
La canzone, se è composta da un cantautore, tipicamente sarà incisa da egli stesso; capita anche che venga incisa da qualcun altro (l’ “interprete”), ma in entrambi i casi la canzone “è” quella incisa quella prima volta. Non è solo una mera questione di tempistica.
Vuol dire che in qualche modo entrano nell’alveo della “creazione” anche aspetti quali il sound, la strumentazione usata, il tipo di effetti (riverbero, compressore) adottati nella post-produzione, le scelte fatte in fase di mixaggio ecc…
Ri-eseguire una canzone, cioè una creazione così caratterizzata, che cosa vuol dire ?
Beh, vuol dire probabilmente ri-eseguirla andando a fare scelte produttive diverse; in un certo senso, è come se ci fosse un margine di libertà in più: il sound, il mxaggio ecc..; ma la cosa interessante è che non è questo l’unico margine di libertà ad essere concesso agli interpreti pop e non a quelli di musica classica!
L’interprete che registra una cover non deve curarsi di aspetti impressi nello spartito Istintivamente si sentirà dunque più “libero”; tradizionalmente viene mantenuta la struttura armonica del pezzo (la sequenza degli accordi), a volte si modifica il ritmo, raramente ma non troppo si adottano leggere modifiche alla melodia.
Ma certamente potrà cambiare di molto il cosiddetto “arrangiamento”, termine che acquista un significato praticamente solo nell’ambito della musica “popolare”.
Possiamo intendere questo termine come l’unione di due aspetti: elementi musicali secondari che affiancano la struttura base del pezzo (piccoli suoni percussivi, qualche linea di archi a rafforzare la melodia, magari rumori di fondo o qualche effetto elettronico) + scelte strumentali, cioè quale strumento usare per ciascuna “parte”.
Notiamo che nell’ambito della musica classica, almeno da tardo settecento in poi, la modifica della strumentazione non era certo una pratica “concessa” all’interprete.
Modificando la strumentazione si compiva una trasposizione o riscrittura per altro/i strumento/i, e questa veniva vista come un’attività rientrante nell’orbita della composizione, più che della interpretazione.
Vi erano, addirittura trasposizioni per pianoforte di opere orchestrali (famose quelle scritte da Liszt per le nove sinfonie di Beethoven), ma si trattava di una impresa complessa e da fare “a tavolino”, quindi in sede di scrittura della musica, non di esecuzione.
Un’ultima osservazione: si potrebbe pensare, e non con tutti i torti, che mentre un pezzo di musica classica sarà sempre riconoscibile (per chi lo tiene bene a mente, si intende) qualunque sia l’esecutore, una cover di un pezzo di musica leggera potrebbe anche risultare così “stravolto”, rispetto all’originale (= la sua prima incisione) da non essere quasi più riconoscibile.
Ma in realtà questo è soprattutto conseguenza del fatto che il nostro “orecchio di ascoltatore di musica popolare” è abituato a riconoscere un pezzo aiutandosi con fattori che non sono gli elementi basilari della composizione (armonia e melodia), bensì con fattori quali “il sound”, l’arrangiamento ecc..
Questo, come ho cercato di spiegare sopra, non avviene, NON PUO’ avvenire, nel caso della classica.
Insomma, la vera causa del fenomeno appena citato (cover di difficile riconoscibilità) ha a che fare con la natura stessa della musica leggera in quanto distinta da quella classica.
Su questo tema, ricco di spunti e conseguenze, tornerò certamente, quando cercherò di dare la mia, modesta e personale, visione del rapporto (e la differenza) tra “musica classica” e “musica leggera”.
Tema a cui , come avete visto, non ho potuto mancare di far cenno, comunque, anche in questo articolo.
