Titolo: Have you in my wilderness
Autore: Julia Holter
Etichetta: Domino Recording
Codice: WIGCD341
Testi: si
Credits: sì
Credits per pezzo : no
Registrazione: 3/5
Importanza: 3/5
Confezione: 3/5
Se qualcuno ha dato un’occhiata alla mia classifica dei migliori album del 2013, avrà magari notato la presenza di “Loud city song”, di Julia Holter. Era il terzo album di una delle più interessanti cantautrici del panorama mondiale, succeduto a “Tragedy” ed “Ekstasis”.
E’ uscito da poco questo nuovo lavoro, che conferma la qualità altissima della creatività di questa giovane artista californiana.
Rispetto al suo percorso precedente si nota una leggerissima attenuazione della vena sperimentale; questo album è un po’ meno “d’avanguardia” e, mi si passi il termine senza che sembri irriverente, più “pop”.
Ma siamo sempre lontanissimi dalla musica commerciale, preconfezionata, banale, che innerva il 99% dell’attuale offerta discografica.
Siamo, insomma, comunque in ambito “di ricerca”.
Quel che è meno presente in questo album sono gli scarti, i deragliamenti, le deviazioni di brani quali, ad esempio, “Our sorrow” o “Four gardens” dall’album Ekstatis; brani, cioè, in cui succedono tante cose, il pezzo a un certo punto “diventa altro”, e anche più di una volta.
Dunque, una maggiore attenzione alla forma canzone, che aiuta a seguirne il percorso; ma, attenzione, questo di per sé non ne sminuisce minimamente il valore; una pagina come “Everytime Boots”, ad esempio, con quella sua aria addirittura quasi sbarazzina, è certamente una…canzone, ma che canzone! Stupenda, con alcuni passaggi armonici davvero originali e bellissimi.
Non direi, come ho letto su alcuni siti, che sia in questo album presente una maggiore attenzione alla melodia: l’aspetto melodico è da sempre, a mio parere, una priorità della Holter. E soprattutto resta ben radicato un gusto per arrangiamenti raffinatissimi, geniali, assolutamente inconsueti.
Su tutto, mi colpisce l’ uso delle voci, intese come “coro”, davvero innovativo: i cori (in realtà realizzati sempre da lei, la Holter, a giudicare dai credits) sono un vero e proprio strumento di accompagnamento; nella sua proposta musicale è così da sempre, ma in questo album mi sembra che questo tratto stilistico venga ulteriormente sofisticato e approfondito.
Spesso quasi non ci rendiamo conto che parte essenziale del “tappeto” di accompagnamento che sentiamo è costituito da voce umana, tanto essa viene trasfigurata da effetti o scelte di produzione ma anche da armonie e melodie così eteree, così “altre”, che il cervello è ingannato nella sua inevitabile ricerca del consueto, del riconoscibile.
Per il resto, abbiamo ritmi elettronici, archi o fiati qua e là, basso o contrabbasso (spettacolare l’uso di quest’ultimo in “Vasquez”, la traccia che preferisco, che ricorda non poco quel gusto un po’ post-rock e un po’ jazz che pervadeva il capolavoro dei Talk Talk “spirit of eden”).
Volendo trovare un piccolo difetto a “Have you in my wilderness” forse è che si tratta di un album troppo…”pieno”: il valore del silenzio è negletto, la bellezza dei vuoti, l’importanza delle pause, dei quieti ristori, quasi dimenticate.
A parte forse un paio di pezzi, il già citato Vasquez” e lo splendido “Silhouette”, vi è un eccessivo accumulo di elementi di accompagnamento (si senta, ad esempio, “Feel you”, il pezzo di apertura); l’enfasi , il “turgore”, se non alternati a vuoti e rilassamenti , rende a mio parere faticoso l’ascolto.
Ma la Holter non sembra minimamente interessata a “compiacere”, e dunque anche questa scelta va in realtà ascritta a suo merito, poiché dimostra e conferma l’attitudine di un’artista assolutamente non votata alla commercialità, bensì a seguire senza compromessi la sua geniale musa.
