Titolo: Ys
Autore: Joanna Newsom
Etichetta: Drag City
Codice: DC303
Confezione: 4/5
Registrazione: 3/5
Prezzo: 2/5
Importanza: 3/5
Credits: sì
Credits per pezzo: no
Testi: si
Traduzione testi: no
Classica o leggera ? O magari “colta”…
Non amo le classificazioni a tutti i costi; non amo incasellare le musiche, gli autori, gli interpreti, in rigide categorie e generi.
Ma una distinzione sembra proprio inconfutabile: quella tra musica “classica” e musica “leggera”.
Premettendo che secondo me sarebbe più giusto parlare di musica leggera e musica “colta” (ché il concetto di classico ha più propriamente a che fare con un fatto temporale: fra cento anni, magari, le musiche di Roger Waters saranno “classiche”, eppure oggi non le chiamiamo così), trovare una cartina tornasole che ci aiuti a incasellare un disco in una o l’altra categoria è però impresa ardua.
A me le imprese ardue piacciono, e infatti sto da anni facendo riflessioni e ricerche per addivenire ad una “quadratura del cerchio”.
Prima o poi ne parlerò in maniera organica e compiuta, ma di un aspetto dovrò far cenno in questa sede, assai funzionale a suggerirvi cosa potete aspettarvi da questo strano e inconsueto album.
Ha a che fare con la “scrittura”.
La musica “leggera” ha una struttura…leggera! Melodie mai troppo complicate, brevi, si ripetono diverse volte, pressoché immutate e comunque con la struttura armonica (cioè la sequenza degli accordi) sempre uguale di ripetizione in ripetizione; finisce così per essere una musica che può essere assolutamente memorizzata ed eseguita “a memoria”.
Le musiche “classiche”, invece, non godono di questa comodità: devono essere scritte affinché le leggano gli strumentisti all’atto di eseguirle, e non potrebbe essere altrimenti. Le linee melodiche sono più lunghe, a volte ve ne sono più d’una che si intersecano, ci sono variazioni nel ritmo, nell’armonia, nella stessa melodia.
Bene, premesso ciò, sappiate che l’accompagnamento musicale di questo album…è “colto”: necessariamente deve essere stato scritto e poi eseguito!
Vi sono 5 lunghi pezzi in cui l’arpa svolge il ruolo di strumento solista, accompagnato da un’orchestra di archi (a cui si aggiungono fiati in un paio di canzoni, e qualche rara apparizione di altri strumenti) che disegna musiche sghembe, sempre nuove, spesso con degli accelerando e rallentando che spezzano e movimentano la metrica del pezzo (questo è evidente soprattutto nella splendida “Emily”).
Ma è musica non solo strumentale. C’è anche il canto della Newsom.
La sua voce dispone di una gamma di sfumature incredibile; ora dolce ed intensa, poi rabbiosa e indispettita; ora da fata, ora da strega, a volte da bimba capricciosa (in molte inflessioni di questo tipo ricorda molto il timbro e il modo di cantare di Bjork).
Il ritmo è mosso, cangiante, frastagliato (come in “Emily” ma anche in “Only skin”, appena un pò più orecchiabile e quasi folk, con quella avvolgente fisarmonica).
E in “monkey and bear” la melodia è meno consueta” che mai, spezzata, quasi teatrale, e la quantità di momenti diversi, per atmosfera e aspetti melodici, lascia quasi storditi ad un primo ascolto e comunque “impegna” negli ascolti successivi; verso la fine di questo pezzo l’apparente “disordine” è massimo, e davvero ci si avvicina a certe avanguardie della musica colta del 900.
Bellissima è anche “only skin”, con vari passaggi struggenti e commoventi, una parte centrale che tocca una dolcezza da lasciare senza fiato mentre l’accompagnamento si fa sempre più rarefatto, quasi scompare, per poi ricomparire con un pieno di archi e fisarmonica che è un tuffo al cuore.
Album difficile, assolutamente difficile, ma se ci si riesce ad immergere negli insoliti arabeschi composti dalla Newsom, la suggestione e l’incanto sono assicurati.
