Gli album di cover sono tantissimi e di tantissimi tipi. Ci sono album di singoli artisti che fanno cover di vari autori, albume di vari artisti che fanno cover di vari autori, e (i cosiddetti “album tributo”) di tanti artisti che fanno cover di un solo autore.
Tra questi, tributi a Leonard Cohen se ne sono nel tempo succeduti vari.
I “tributi” a un artista hanno spesso un potenziale difetto: siccome ciascun interprete porta con sé in sala di incisione la sua band, si rischia molta disomogeneità; ogni canzone è, anche a livello di arrangiamenti, nello stile di QUEL certo cantante o gruppo. Premesso che io delle cover apprezzo esattamente la capacità di reinventare l’originale, riarrangiarlo (non apprezzando invece coloro che tentano di fare un’esatta copia-carbone dell’originale), non c’è dubbio che avere un album tributo in cui ci sia una certa omogeneità di sound tra tutti i pezzi può dare un valore aggiunto.
Ed ‘ proprio ciò che accade in questo album: tutti i 12 pezzi sono suonati esattamente dagli stessi musicisti; e che musicisti; tutti di estrazione jazz (Bill Frisell alla chitarra, Nate Smith alla batteria, Scott Colley al basso, ecc..), forniscono un tappeto sonoro alla interpretazione dei vari cantanti davvero sofisticato, elegante, pregiato.
Ascoltare queste meravigliose canzoni del songwriter canadese arrangiate con batteria spazzolata, contrabbasso, alto sax, è davvero stupendo.
Per quanto riguarda i cantanti, a mio parere le migliori interpretazioni sono quelle di Gregory Porter in “Suzanne”, voce davvero calda, profonda, espressiva, di (!!!!) Iggy Pop in una “You want it darker” che riesce con la sua voce baritonale ad essere ancora più….dark dell’originale, Nathaniel Rateliff (cantante counry-soul in ascesa, dei cui album ho letto ottime recensioni, ma che io, lo ammetto, ancora non conoscevo) in una intensa interpretazione del capolavoro “Famous blue raincoat” e su tutte la grande Mavis Staples che, complice ance una canzone che forse è per me la migliore di sempre di Cohen (“if it be your will”) ci commuove fino alle lacrime con una interpretazione intensissima, ricca di infinite sfumature e traboccante pathos.
Deludono invece un po’ Peter Gabriel, un po’ monotono in “Here it is”, e James Taylor in “Coming back to you”, mentre da David Gray non mi aspettavo molto e il molto infatti non arriva (in “Seems so log ago, Nancy”). Ottime interpretazioni, viceversa, anche da parte di Sarah McLachlan e di Norah Jones.
