Francesco De Gregori – Vivavoce

musicascolto
Sezione: Dischi / Rock/pop/jazz etc.

Francesco De Gregori non ha mai fatto mistero della sua passione per il songwriting americano e in particolare per Bob Dylan, artista per il quale ha quasi una vera e propria devozione.

Lo dichiara esplicitamente, ma non ce ne sarebbe bisogno: alcuni dei suoi tratti stilistici trovano una forte assonanza con quelli del cantautore americano. E mi sento di poter dire che più va avanti nella carriera, più questa assonanza si affina, si precisa, si rafforza.

L’album che sto recensendo lo dimostra.

Si tratta di un album che possiamo curiosamente definire di “auto cover”.

In pratica, De Gregori (DeGr da ora in poi) riprende 28 sue canzoni del passato più o meno recente, e le reincide ma soprattutto le reinterpreta; ovvero, le canzoni sono state tutte registrate ex-novo con la sua attuale band e gli arrangiamenti differiscono sempre dagli originali, in alcuni casi in maniera anche sensibile.

La tendenza ravvisabile in questa operazione di reinterpretazione è a mio parere, appunto, quella di una “americanizzazione” del sound.

Già il fatto che usa la lap steel guitar sta lì a dimostrarlo: questo strumento è di rarissimo utilizzo tra gli artisti italiani.

E’ usatissima, ad esempio, in “il bandito e il campione” e nella “traduzione” di “the future” di Leonard Cohen.

“Alice” diventa una ballata country folk in perfetto stile Dylan; ci sono anche tante piccole variazioni melodiche,ma questo è da sempre tipico di DeGr; curiosamente, le variazioni sono più spiccate nelle parti da lui cantate che in quelle cantate da Ligabue, che lo accompagna in questo pezzo.

“Un guanto” è qui molto più ritmata e rock; stesso trattamento riservato a “battere e levare”.

“Niente da capire” country rock alla dylan anche questo; andamento spedito, strumenti a corda in evidenza; se non fosse per quel fischiettare, molto “mediterraneo”, potrebbe davvero essere uscita dalla penna di Dylan.

La “americanite” di DeGr é ben testimoniata da un fantastico rock ‘n ‘roll come “finestre rotte”, che si avvicina particolarmente all’ultimo Dylan, quello di album quali “Modern times” o “together through life”.

La canzone “gamba di legno a Parigi” diventa una stupenda ballata, lenta, soffusa; pianoforte dolce ed evocativo, qualche ricamo di chitarra, batteria jazzata e rarefatta…commovente.

E “Renoir” è quasi allo stesso livello, toccante e suggestiva anch’essa.

“Generale” cambia completamente nel ritmo, diventa anch’ essa una bella ballata da songrwriter americano.

“Natale” è un pezzo quasi in stile jazz-swing, con quel bellissimo contrabbasso.

Tra i pezzi in cui il “ritocco” è più discreto o quasi impercettibile elencherei “il panorama di betlemme”.

“Vai in Africa celestino” è meno “rock ‘n’ roll” dell’originale, e, con quel coro che le da quasi un sapore gospel, è a mio gusto più bella.

“Il bandito e il campione” è molto dylaniata (stile “desire”, forse l’album di Dylan più ascoltato da DeGr).

Vera e propria dichiarazione di intenti programmatica è “buonanotte fiorellino # 12&35” (titolo bizzarro…ma solo per chi di voi non conosce l’album-capolavoro “Blonde in blonde” di Dylan) che addirittura anche dal titolo rivela l’ispirazione dell’arrangiamento.

Si tratta insomma, in questo caso, di un vero e proprio omaggio: prende proprio il “tema” musicale vagamente da vaudeville di “rainy day women # 12&35” e lo traspone, lo innesta nella sua canzone; dunque più che una cover, potremmo dire che è un medley.

Bellissima la versione folk di “stelutis alpinis”, con un intreccio di chitarre, mandolino, percussioni a cui poi si aggiungono i profondi rintocchi di un pianoforte (mi ricorda un po’ certe atmosfere di alcune canzoni del periodo “American Recordings” di Johnny Cash, quello con Rick Rubin alla produzione).

Anche la “donna cannone”, da sempre pezzo “intoccabile” e riproposto in quasi ogni occasione sostanzialmente uguale all’originale, è qui leggermente diverso, con gli archi discreti di Nicola Piovani (che, per chi non lo sapesse, è musicista famoso soprattutto per colonne sonore e vincitore dell’ oscar per il commento sonoro al film “La vita è bella”; insomma non uno qualunque; peraltro non nuovo a collaborare con DeGr: nell’album, un po’ trascurato dalla critica ma a mio parere splendido, “Amore nel pomeriggio”, Piovani arrangiò il pezzo più bello, “Natale di seconda mano”).

“Viva l’ Italia” era già “abbastanza country” nell’originale”, qui lo è ancor di più.

In conclusione, un album che mi sento vivamente di consigliare ai fan di DeGr, in ragione del fatto che NON è una raccolta in cui quindi sentirete canzoni che già magari avete nella vostra discoteca nelle loro versioni originali, bensì è un contenitore di piacevoli reinterpretazioni e testimonianza del punto in cui il cantautore è arrivato in quel suo percorso di avvicinamento a un certo tipo di cantautorato rock di matrice USA.