David Gilmour – Rattle That Lock

musicascolto
Sezione: Dischi / Rock/pop/jazz etc.

Titolo: Rattle That Lock

Autore: David Gilmour

Etichetta:Sony/Columbia

Codice: 88875123262

Testi: si

Credits: sì

Credits per pezzo : si

Registrazione: 4/5

Importanza:3/5

Confezione: 4/5

Recensione dell’ultimo album del leggendario chitarrista dei Pink Floyd. Tanto Pink Floyd sound, ma anche qualche sorpresa. Su tutto, svetta la sua magica, inconfondibile chitarra.

Per ora, il responso sintetico nr. 1: è un gran bel disco. Responso sintetico nr. 2: è migliore del precedente; direi forse a livello del suo primo album solista, che però aveva “contro di se” il fatto di essere – incredibile – molto poco pinkfloydiano, e questo a noi PF-addicted ci fa comunque storcere un po’ bocca e gradimento.


La canzone che dà il titolo al disco è a mio parere la meno bella del lotto; mi sembra un pop-rock abbastanza “leggero”, seppur non mancano alcune tipiche atmosfere.

Ma già con “Faces of stone” le cose migliorano, e parecchio. E già notiamo qualche scarto, qualche tentativo di deragliare un po’ dalla consueta strada maestra.

Stupendo l’inizio, pianoforte e organo creano un’atmosfera triste, sospesa nel tempo, poi entra quella chitarra acustica a ritmo di…valzer! Questa canzone è un gran bel valzerone: presto si aggiunge una fisarmonica nostalgica che aggiunge al tutto profumi da bistrot parigino anni 20……il pianoforte torna coi suoi rintocchi tra una strofa cantata e l’altra, le ultime due volte a far da base a assoli splendidi e struggenti di chitarra elettrica.

Lo “schema” delle canzoni è sempre quello, beninteso, così si va sul sicuro.

“A boat lies waiting”, ad esempio, inizia con slide guitar, soffusi effetti “cosmici”, pochi accordi di pianoforte, e a un certo punto ti accorgi che l’introduzione è finita e inizia la vera canzone, qui come mai malinconica e nostalgica.

In “beauty”, stessa idea, cioè la progressiva entrata di strumenti, che via via danno corpo fino ad “avviare” il pezzo; qui abbiamo pianoforte e chitarra, poi basso, infine batteria e via.

Ed è così nell’altro pezzo strumentale, “And then…”: tastiere, suggestivo assolo di chitarra, poi entra la sezione ritmica…e via.

Sono espedienti retorici assolutamente triti e ritriti, ma con PF & Co. non andiamo per il sottile: queste cose ci piacciono, ci piacciono in generale, ancor di più quando a farle sono PF & Co. (obiettività da freddo critico, via, qui non sei di casa!).


Ma continuiamo ad analizzare i pezzi di questo magnifico album.

In “dancing right in front of me” apprezzo soprattutto la parte centrale strumentale: prima un bell’assolo di chitarra molto “bluesy”, poi una sezione jazzata (ecco…inizia ad affacciarsi qualche altra sorpresa, ma per adesso è solo un vago sentore) con contrabbasso e il pianoforte protagonista, avente dietro delicati e discreti ricami della chitarra.

Arriviamo a “In any tongue”.…dopo qualche momento introduttivo con un fischiettio e poco altro…un tonfo al cuore: ritmo e atmosfera “osano” alla grande: ricordano molto, ma tanto tanto, nientepopodimenoche “Comfortably Numb”!

Anche alcuni altri particolari, nel prosieguo della canzone, sembrano “pensati” per rammentare, magari solo inconsapevolmente all’ascoltatore non troppo analitico, quella canzone epocale: ad esempio la parte degli archi, che eseguono degli arpeggi proprio come nel refrain di Comfortably numb.

Arrivati alla ottava traccia, “The girl in the yellow dress”, la sorpresa delle sorprese: un jazz da late night in un fumoso club anni 40; sembra un pezzo di Diana Krall; e sembra affacciarsi maliarda da dietro il sipario, leggermente scostato dalla sua sensuale gamba, addirittura Jessica Rabbit! Fantastico il sassofono di Chris Stainton e toccante, come sempre, la cornetta di Robert Wyatt, che anche questa volta ha regalato al suo amico un delicatissimo cameo.

Alquanto inconsueto per lo stile Pinkflydiano anche “Today”, che, dopo la solita introduzione d’atmosfera, si rivela un nervoso pezzo quasi funky (alla maniera dei Talking Heads, per intenderci), con un grandissimo Guy Pratt al basso.


Due parole sui testi (di più, ahimè, non se le meritano): Gilmour ammette candidamente di non essere particolarmente portato per questa “faccia della luna-canzone”, e che pertanto lascia il campo a sua moglie Polly Samson.

Beh…che dire…il giudizio che ne scaturisce nella mia mente è: figuriamoci come sarebbero le “lyrics” del buon David….

Credo abbiate capito quanto mi piacciano i versi della Samson… Ma, c’è un ma: il testo della title-track trae ispirazione da “The lost paradise” di John Milton; e questo ne fa il testo decisamente più suggestivo dell’album e, soprattutto, mi dà occasione di ricordare, e concludo, che il disco è uscito sia in versione CD (o vinile) singolo, sia in confezione “deluxe” che include un elegantemente rilegato libretto con, appunto, il Book II del capolavoro Miltoniano, oltre a un poster, un DVD con alcune tracce inedite e qualche altro “gadget” (tra cui un plettro!! Sarà magari stato usato da Gilmour in persona?).

Ringrazio l’amica che me lo ha prestato (io ho acquistato il cd singolo) e…certamente correrò ai ripari quanto prima!