L’INCANTO DI GILMOUR AL CIRCO MASSIMO IN ATTESA DEL RITORNO A POMPEI
Erano dieci anni esatti che David Gilmour mancava all’appuntamento con una grande platea romana e stavolta ha scelto il Circo Massimo per portarci il suo “Rattle That Lock Tour”.
I tredicimila spettatori di ciascuna delle due serate in programma il 2 e 3 luglio scorso sono stati deliziati dalle note del celebre chitarrista e voce dei Pink Floyd, che preferisce ancora citare il nome del gruppo nei manifesti, come per ricordare a tutti la titolarità della band e ricordare ai più distratti chi è stato per circa cinquant’anni.
Superati da poco i 70 anni, Gilmour non è una di quelle star che lotta contro il tempo che passa a colpi di improbabili tinture e abbigliamento da finto giovane. Agli spettatori del Circo Massimo è apparso perfettamente a suo agio con i suoi capelli bianchi a spazzola, un accenno di barba bianca e la consueta t-shirt nera di Calvin Klein a nascondere un filo di pancia perfettamente giustificabile dall’età e dal benessere.
“5. a.m.”, “Rattle That Lock” e “Faces of Stone”, sono i brani del nuovo album che fanno scaldare le mani a Gilmour e alla sua band, quasi completamente rinnovata dopo la prima parte del tour conclusasi in autunno.
Alle tastiere non c’è più il fido Jon Carin (che si divide tra lui e Roger Waters da oltre trent’anni) ma il bravissimo Greg Phillinganes in coppia con il più esperto Chuck Leavell. Anche l’amico co-produttore del disco, Phil Manzanera, non fa più parte del gruppo, sostituito da Chester Kamen. Sono invece regolarmente al loro posto il bassista storico Guy Pratt (genero dello storico membro dei Pink Floyd Richard Wright, scomparso nel 2008) ed il batterista italoamericano Steve DiStanislao.
Con questa inedita formazione e la grande curiosità dei fans nel sentire come questi nuovi membri si misurino nell’interpretazione dei brani “sacri” del repertorio floydiano, il concerto va avanti proponendo subito una prova durissima come “Wish You Were Here”.
Ebbene, esame superato a pieni voti, con una esecuzione rispettosa ma allo stesso tempo arricchita da sonorità interessanti. Una caratteristica che sarà apprezzata dagli spettatori per tutto il concerto in occasione degli altri pezzi storici in scaletta.
Certo, fatta eccezione per il grande “Mr. Screen”, lo schermo circolare tipico delle esibizioni dei Pink Floyd dove vengono proiettate le oniriche clip dell’epoca e i primi piani delle mani di Gilmour all’opera sulle sue chitarre, non c’è molto spazio per i pirotecnici giochi di luce che da sempre caratterizzano le esibizioni della band. Il fumo artificiale ed una buona quantità di proiettori sono sufficienti per arricchire un’atmosfera che dopo i primi brani diventa comunque familiare per tutti i vecchi fans.
La setlist è pensata con intelligenza, proponendo molti brani del nuovo album, alcuni del penultimo cd “On An Island” e i classici dei Pink Floyd come “Money”, “Us And Them”, “Fat Old Sun” e “Shine on You Crazy Diamond” alternati dai più recenti “Sorrow”, “High Hopes”, “Coming Back To Life” e “What Do You Want From Me?”.
Nella seconda parte del concerto, che dura poco meno di tre ore, spazio a due grandi classici dell’epoca psichedelica come “Astronomy Domine” (eseguito sabato 2 luglio) e “One Of These Days” (suonato domenica 3 luglio).
Nel mezzo, parentesi jazz con “The Girl With The Yellow Dress” e gran finale con “Run Like Hell” che offre al pubblico, rigorosamente seduto per tutta la serata, la libertà di lanciarsi sotto il palco e vivere questo ultimo brano ballando e cantando a pochi metri da Gilmour e dalla sua band, per l’occasione muniti di autoironici occhiali scuri.
Tre “encores” sono poi il regalo finale che Gilmour fa al pubblico, congedandosi con gli attesissimi “Time”, “Breathe reprise” e l’immancabile “Comfortably Numb”, dove la chitarra di David sembra uscita dalla macchina del tempo incantando il Circo Massimo con uno dei più celebri assoli dell’artista inglese.
Prossima attesissima tappa Pompei, dove la musica dei Pink Floyd tornerà a suonare giovedì 7 e venerdì 8 luglio a distanza di oltre quarant’anni da quel mitico live che lasciò il segno nella storia del rock nel 1972.
Gabriele Cosmelli
