29/4/2015
Auditorium – Parco della Musica, Roma;
pianoforte: Grigory Sokolov;
Bach, Partita n. 1, BWV825;
Beethoven, sonata n. 7, op. 10 n. 3;
Schubert, sonata op. 143, D784;
Schubert, Sei momenti musicali op 94, D780;
Jakub Hrusa, giovanissimo direttore di talento, è da poco tempo il direttore ospite principale dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia.
Lo avevo già ascoltato un paio di anni fa e mi aveva positivamente colpito.
Attratto da ciò nonché dalla bellezza della sinfonia proposta nella prima parte del programma (una delle mie sinfonie preferite) e della curiosità per la composizione prevista nella seconda parte (che conoscevo molto poco, forse l’avrò ascoltata una sola volta o due, in disco, mai dal vivo), ho deciso di andare a questo concerto.
Devo dire che ne sono rimasto pienamente soddisfatto.
La nona di Dvorak mi ha davvero entusiasmato. Una esecuzione “sbalzata” con grande energia e al contempo tenerezza e delicatezza; l’inizio è lento, indugiante, e lascia presagire una lettura particolarmente lenta, ma così non sarà; la durata complessiva non è delle più brevi ma è ben lontana dai circa 48 minuti, ad esempio, di Celibida che in un disco recentemente uscito.
Il punto è che Hrusa predilige mettere in rilievo i contrasti, sia di agogica (alcuni temi lentissimi, altri velocissimi) sia di dinamica.
Il rilievo dato alla sezione degli ottoni è strabiliante, e qui ci mettono del loro anche i bravissimi professori di orchestra; ma la capacità di Hrusa di dosare la dinamica di ogni sezione orchestrale è magistrale, tanto da far percepire perfettamente armonie e melodie di ogni sezione in maniera peculiare e distinta.
La dolcezza del secondo movimento è da sogno, l’energia del finale travolgente.
Un’altra caratteristica eccellente che mi è parso di cogliere è la capacità di restituire gli snodi strutturali, ad esempio i passaggi da un tema a un altro, in maniera incredibilmente naturale: un tema confluisce nel successivo senza dar sensazioni di cesure; l’esecuzione ne guadagna in uniformità, in consequenzialità narrativa, come raramente ho ascoltato.
Ottima interpretazione della sinfonia di Dvorak e direi anche della Messa Glagolitica; un pezzo affascinante anche se dall’ascolto più “impegnativo”, con momenti ispidi e angolosi alternati a momenti solenni e altri dolci e lirici.
Dei 4 solisti mi ha colpito particolarmente Samek, il tenore, che ha peraltro la parte preponderante.
La critica musicologica ci ha spesso spiegato che questa composizione basi la sue melodie, come molte opere del compositore ceco, su una tipica modalità quasi “parlata” della lingua ceca, con la sua metrica alle nostre orecchie inconsuete e soprattutto con la scelta di comporre le musiche in modo che assecondino la metrica del testo (dunque un procedere, un tactus irregolare, spezzato), quindi senza assoggettare il testo, come spesso avviene nella musica diciamo così “occidentale”, al ritmo della musica.
Devo dire che non ho notato questa “stranezza”, non so se definirlo un merito (per la conseguente piacevolezza di ascolto) o un demerito (forse si doveva essere più idiomatici?).
Devo dire che per me, in ogni caso, è stato un ascolto stimolante e piacevole.
