Bill Fay – “Who is the sender?”

musicascolto
Sezione: Dischi / Rock/pop/jazz etc.

Titolo: Who is the sender?
Autore: Bill Fay

Etichetta: Dead Oceans
Codice: DOC097

Testi: si
Credits: sì
Credits per pezzo : si

Registrazione: 4/5
Importanza: 3/5
Confezione: 3/5

E’ stata proprio una gran fortuna per noi ascoltatori che questo cantautore, “dimenticato” per decenni, sia stato di recente riscoperto e ri-stimolato a tornare a fare…quel che sa fare così bene (il cantautore, appunto).

Dopo il capolavoro “Life is people”, uno dei migliori album del 2012, è da poco uscito questo “Who is the sender?”, forse di poco, ma proprio poco, inferiore al precedente, ma a quello accomunato da uguali grazia, classe, eleganza.

Bill Fay compone e incide canzoni capaci di arrivare diritte al cuore, grazie alla loro delicatezza e anche, se vogliamo, alla loro semplicità: In “who is the sender?”, come nei precedenti suoi album, non ci sono sorprese, scarti, sperimentazioni. Ma è un album stupendo.

Sono per lo più ballate, dal sapore ora folk, ora gospel, ma un gospel “bianco”, al contempo classico e modernissimo.

Mancano alcuni sapori rock o psichedelici che avevano reso più vario e, a mio parere, ancor più godibile l’album precedente, ma si tratta di sottigliezze quasi irrilevanti per un giudizio complessivo comunque lusinghiero.

Su tutto, la voce di Fay, una voce intensa, a volte fragile, ma estremamente evocativa e toccante.

E poi organo, basso, batteria, qualche arrangiamento d’archi; non c’è molto altro.

A volte dei grandi “crescendo”, vedere ad esempio “How little”, rendono emozionanti anche pezzi che altrimenti potrebbero risultare un po’ monotoni. Altre volte ad abbellire l’arrangiamento contribuiscono dei, comunque discreti, effetti elettronici, come nell’inizio di “Underneath the sun”, un incipit che sa tanto di quello di “It’s a miracle” di Roger Waters (dal suo album “Amused to death”), e spesso da partiture di archi o ottoni. Questi in alcuni pezzi diventano protagonisti, costituendo ad esempio la struttura portante, assieme al pianoforte, di “Something else ahead” o del bellissimo gospel “Order of the day”, in cui l’orchestra si dispiega maestosa e solenne; in pezzi più delicati e dall’atmosfera più raccolta, come “Who is the sender?”, la musica inizia invece seguendo con una partitura più “cameristica” per poi gonfiarsi e stratificarsi nel prosieguo del brano.

C’è qualche pezzo che si discosta dal tono generale, come ad esempio “Freedom to read”, quasi una ballata di folk celtico, ma sono i meno belli e coinvolgenti. Mancano, in questi frangenti, quella profondità e intensità a cui la vena compositiva e la voce di Bill Fay sono decisamente votati.

Come dimostra ad esempio il bellissimo crescendo di “Bring it on lord”, un pezzo che ha davvero qualcosa di spirituale, direi quasi di “ascensionale”.

La stessa sensazione che ricavo dall’ascolto di “World of life”, forse il più bel pezzo dell’album, con una melodia bellissima, semplice, circolare, condotta dall’orchestra.

A volte il pianoforte si fa da parte per lasciare spazio alla chitarra; succede ad esempio in “A frail and broken one”, e chissà se è un caso che proprio questo è uno dei pochi pezzi che danno un po’ la sensazione di non decollare; ma l’intimità, l’atmosfera delicata e meditativa non lo rendono meno suggestivo degli altri.

Anche nella canzone di chiusura, “I hear you calling”, la chitarra elettrica si ritaglia un suo spazio, ricamando con fantasia e dolcezza questa splendida, corale canzone che chiude degnamente un album consigliatissimo e che emoziona con ingredienti semplici, schietti, sinceri.