11/4/2015
Auditorium – Parco della Musica, Roma;
Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia;
direttore: Yuri Temirkanov;
pianoforte: Martha Argerich;
tromba solista: Giuliano Sommerhalder;
Haydn, sinfonia nr. 94;
Shostakovich, concerto per pianoforte e tromba nr.1;
Dvorak, sinfonia nr. 8;
Un concerto molto godibile, la prima parte addirittura entusiasmante; tre sono le cose che mi hanno colpito sopra ogni altra: la eleganza e modestia del Maestro Yuri Temirkanov, l’incredibile “naturalezza” del far musica della Argerich, la vera gioia di far musica insieme che hanno in sintonia mostrato.
Ma andiamo con ordine.
Il programma si è aperto con la sinfonia n.94, detta “la sorpresa”, di Haydn.
Per un ascoltatore di oggi, che ha viso (sentito) passare sotto i ponti tanta acqua (tanta musica, dell’800 e del 900), può risultare ironico o naif definirla “la sorpresa”; ma dobbiamo contestualizzarla nella sua epoca e nello stile che la contraddistingueva, e allora possiamo apprezzare e accettare questa denominazione.
Ma la cosa che mi ha colpito di più in questa esecuzione, è un particolare dello stile direttoriale di Temirkanov: in certi frangenti, semplicemente…non dirige!
Mostrando in ciò una nobile fiducia nell’orchestra; accade ad esempio nelle prime battute del secondo movimento: conduce coi suoi gesti la prima frase, non lo fa nella sua immediatamente successiva ripetizione; in sostanza lui “indica” solo laddove c’è una variazione di dinamica, di espressione, di agogica; laddove, insomma, è opportuno dare una traccia comune, poiché decine di esseri umani (i professori d’orchestra) possono intendere quel dover cambiare qualcosa in maniera leggermente diversa; ma quando, come dire, non sono previste sorprese, si affida totalmente ai suoi orchestrali. Ho trovato molto bella questa attitudine, segno di modestia, di rispetto.
Ma passiamo alla parte del programma con la “star” della serata: Martha Argerich, 74 anni e non sentirli.
Lei e l’Orchestra hanno eseguito il concerto per tromba, pianoforte e orchestra nr. 1 di Dmitri Shostakovich; un concerto che avevo ascoltato qualche volta in disco e, devo dire, che gradivo ma “con riserva”; una di quelle composizioni, insomma, a cui darei un 6 e mezzo, massimo 7. Ma stasera questi due immensi artisti è come se me lo avessero “rivelato” per la prima volta, è come se avessi scoperto un nuovo concerto. E’stato del tutto persuasivo, convincente, trascinante, direi entusiasmante; anche divertente! Raramente, davvero, ho provato questa “gioia” di ascoltare musica, che poi era tutta la gioia che gli esecutori visibilmente riversavano nel loro eseguire.
La Argerich ha mostrato in gran spolvero tutte le sue doti: il virtuosismo non si discute; la poesia nei passaggi più lirici e malinconici è meravigliosa (ah, quel passaggio in cui tromba e pianoforte si scambiano, con effetto quasi di eco, quella stranita e nostalgica melodia nel secondo movimento…magia pura), ma neanche questo è ciò che maggiormente mi ha conquistato.
E’, invece, la fluidità, la “facilità”, davvero palpabile, che mostra nel suonare; i passaggi più veloci e concitati sono risolti con una scioltezza sovrumana.
Nel secondo gruppo tematico del primo movimento, ad esempio, quasi le sue mani “saltellano”, libere e giulive, sulla tastiera, senza mostrare alcuna fatica; sembra che possa fare cose difficili senza quasi doversi impegnare.
Lei e la musica, e al contempo lei e il pianoforte, sono una cosa sola.
E nella veloce marcetta, quasi da “carica” guerresca, dell’ultimo movimento, rende perfettamente, sgranando quelle cascate di note con fantasia e fluidità immense, tutto il senso di bizzarro e grottesco (con sottotraccia, però, quel mal di vivere latente) tipici di Shostakovich.
Per lei la tecnica, che viene a volte definita come quel qualcosa che serve per tradurre” le intenzioni dell’interprete in “suono” prodotto dall’esecutore, sembra poter sparire: il gap tra le une e l’altro svanisce, intenzione ed esecuzione sembrano potersi toccare, compenetrarsi, arrivare a coincidere “per definizione”.
Temirkanov e la sua nobiltà, dicevamo: l’ho colta massimamente durante gli applausi; quando lei, la prima volta, esce dalla sala sotto uno scroscio di ovazioni (e il rito prevede che certamente rientrerà ad accoglierne altri), il Maestro rimane in sala, in mezzo ai suoi orchestrali; un modo nobile, elegante e discreto per non rendersi coprotagonista e non “prendersi” parte degli applausi che seguiranno al rientro: lascia il proscenio a lei, a lei solo.
La seconda parte del concerto ha offerto una bella esecuzione della ottava sinfonia di Dvorak; qui non si possono toccare le vette interpretative di un Giulini o di un Kubelik o di un Ancerl.
Ho l’impressione che Temirkanov conduca cercando di evitare l’estremizzazione di contrasti o eccessi retorici, e questo è un bene, ma forse un pizzico di “controllo” in meno in questo tipo di repertorio lo avrei gradito di più.
Non manca comunque quel suo senso molto “teatrale” di esporre la musica, che del resto si è percepito anche in maniera “visiva” in quel simpatico momento del concerto di Shostakovich in cui, a fronte di quel fortissimo accordo che, nel terzo movimento, “irrompe” nell’assolo di tromba spezzandolo per un attimo, si è voltato di scatto verso la pianista quasi come a simulare una sorpresa e un “ma cosa diavolo fai!”.
Momento, questo, perfettamente rappresentativo di quella “gioia di far musica insieme” di cui dicevo in sede introduttiva.
Di cui il bis è stato apoteosi: un’ insolita scelta: la riesecuzione dell’ultimo movimento del concerto, quindi non solo lei, la pianista, la star, ma un bis concesso da tutti, orchestra compresa.
