Titolo: At least for now
Autore: Benjamin Clementin
Etichetta: Behind/Universa
Codice: 471 696 4
Testi: si
Credits: sì
Credits per pezzo : si
Registrazione: 5/5
Importanza: 4/5
Confezione: 3/5
Signori, questo misconosciuto album, che magari avevate già notato nella mia classifica dei migliori album rock del 2014, è a mio parere addirittura il miglior disco prodotto nel 2014. E sinceramente fa specie che in molte riviste di settore sia passato inosservato, per non parlare dei cosiddetti “mass media”.
Benjamin Clementine compone musiche meravigliose, di una intensità a fior di pelle; suona il pianoforte benissimo, ma soprattutto ha una voce INCREDIBILE: duttile, potente, profonda, virtuosa, emozionante.
Il primo pezzo dell’album, “Winston Churchill’ boy”, ci presenta già gran parte degli ingredienti di questa sorprendente e prelibata pietanza: una melodia di struggente malinconia, una voce che ricorda, tantissimo, Nina Simone, un accompagnamento fondato sul pianoforte.
Difficile definire il genere di quest’album: non è rock, non è folk, non è blues, non è nessuno dei loro “annessi e connessi”; forse dovrei citare la musica classica, in particolare la musica da camera, se non fosse per la batteria che a volte fa capolino e per il fatto che la parte strumentale non è complessa ed elaborata come nella classica si conviene; ma siamo molto vicini.
La seconda traccia, “then I heard a bachelor’s cry”, è virtuosismo vocale puro: un vero dramma in musica, con la voce che si fa strumento tra archi e pianoforte e ne segue le stesse vertiginose volute. Anche in pezzi leggermente più pop, come “London”, la sua voce fa scintille, si senta ad esempio quel salto di più di un ottava nel ritornello.
L’approccio di Clementine è molto “teatrale”: i pezzi raccontano una storia anche con la musica, ecco, a questo proposito mi viene di accostarlo al teatro di Brecht-Weill, fatte le dovute differenze (di stile musicale nonché di tematiche).
In “adios” è incredibile cosa riescono a fare piano, archi e voce: il canto qui segue un fraseggio molto più “duro”, con accenti più netti e scanditi, mostrando tutta la versatilità di questo meraviglioso cantautore-interprete.
Teatrale vuol dire anche che i pezzi seguono spesso un percorso non convenzionale; non poche sono le canzoni che a un certo punto diventano tutt’altro.
E’ così nella citata “adios”, che dopo una sezione parlata a metà canzone, si trasforma in una canzone toccante, eterea, con Clementine che canta con un falsetto vertiginoso e dolcissimo; oppure “Quiver a little”, nella cui prima parte addirittura il cantante alterna sussurri e melodie a voce spiegata, quasi fossero due personaggi a dialogare, sul fondale di un accompagnamento leggermente jazzato, soffuso, misterioso, e in cui poi la coda cambia totalmente registro e stile.
E che dire del finale della bellissima “Condolence”, un brano che sembra procedere per step successivi di crescita di intensità, in una modalità direi “a terrazze”, fino alla sezione finale in cui il ritmo si scioglie, entra anche un giro di basso circolare, la voce fa un (ulteriore) balzo di intensità portandoci fino ai limiti estremi della emozione che voce umana può spandere.
A dimostrazione della bellezza delle musiche di questo album, ho lasciato per ultimo il pezzo a mio parere più bello: “The people and I”: musica stupenda, molto struggente, e quando nel refrain Clementine “tira” così a lungo quell’ “ai” di “And I……… I’m done….” a vibrare è davvero una profondissima corda del nostro cuore. Un capolavoro assoluto.
