Titolo: The hope six demolition project
Autore: PJ Harvey
Etichetta: Islan
Codice: 4773758
Testi: si
Credits: sì
Credits per pezzo : si
Registrazione: 3/5
Importanza: 3/5
Confezione: 3/5
L’artista inglese continua il suo percorso musicale, caratterizzato dal fatto di riuscire a rinnovarsi sempre pur rimanendo sempre se stessa e decisamente riconoscibile.
In questo caso siamo in presenza di un album che, a mio parere, “esce alla distanza”; ai primi ascolti può sembrare un po’ sottotono, ma più lo ascoltiamo, magari seguendo i testi, più ci entriamo dentro, più lo apprezziamo.
Cominciamo col dire quali sono gli elementi di novità. Direi tre: un uso di cori maschili frequentissimo, che avvicina a mio parere il mood dell’album allo stile “Bad Seeds” (il gruppo di Nock Cave); poi un tipo di ritmica molto “marziale”: quasi tutti i brani sono sostanzialmente delle marce; In alcuni soltanto, prevale invece un uso di percussioni quasi tribale, che da un intrigante tocco ipnotico (ad esempio in “River Anacostia”); e poi l’uso molto frequente di sassofoni; PJ Harvey imparò presto a usare il sassofono, in certo senso era il suo strumento di elezione, ma, per qualche motivo, non lo avevo (quasi) mai usato nei suoi dischi. Qui è pervasivo.
Ebbene, questi tre elementi, che informano la struttura di tutti i pezzi dell’album con poche eccezioni, danno all’album stesso una impronta molto omogenea; e direi che questa uniformità è proprio il pregio principale dell’album.
Dopo la partenza con “The community of hope”, che forse è uno dei pezzi più “classici” in stile Pj Harvey, già con “The ministry of defence” troviamo, affiancati ad alcuni tipici elementi di tale stile (ad esempio quel “fermarsi e ripartire” nervoso e molto rock, con la voce che canta quando le taglienti chitarre taccioni, e viceversa), i primi elementi di novità: coro, e sassofoni in quegli assoli molto free-jazz prima dell’ultima strofa.
Altrove i sassofoni fanno da tappeto, sono elementi portanti dell’accompagnamento musicale; succede ad esempio nella splendida “Chain ok keys”, insieme alle chitarre; in questo pezzo l’uso del coro è particolarmente intrigante grazie a quella struttura “call & response” tipica del blues (ma il pezzo NON è un blues).
E ancora più suggestivo è in “River anacostia”: il pezzo inizia con un coro maschile senza parole (a bocca chiusa: “mmmm…mmm..”) carico di mistero e sensualità, poi si parte con una specie di mantra scarno e ipnotico: atmosfera livida, stranita, solo percussioni tribali e un “ostinato” di tastiera; alla fine effetti e voce si “sciolgono” e lentamente rientra il coro iniziale, stavolta però con sotto il tappeto percussivo e in compagnia della lirica voce della Harvey; davvero molto suggestivo e teatrale.
Il coro è addirittura unico protagonista della melodia della bellissima “The orange monkey”.
“The ministry of social affairs” ha un retrogusto blues ed è appassionante per il sassofono che nella coda svisa impazzito, manifestando una urgenza espressiva accesa e lancinante, verso la fine i sax, che prima suonavano all’unisono, si sdoppiano e jammano in maniera molto “jazzy” e creativa.
“The wheel” potrebbe magari sembrare uno dei pezzi meno originali dell’album, ma in realtà anche qui troviamo gli elementi caratterizzanti: il coro maschile, il sassofono che ogni tanto entra e “urla”, sferragliare di chitarre…tutto in perfetta sintonia con lo stile dell’intero album.
La sorpresa più bella arriva nell’ultimo pezzo, “dollar dollar”, una lenta e sofferente ballata aperta da rumori e voci ambientali, che lasciano spazio allo splendido canto della Harvey accompagnato solo da organo e qualche effetto; nel finale un lungo, struggente assolo di sassofono, che in dissolvenza lascia il campo alle voci con cui il pezzo era iniziato.
Una grande conferma per un’artista che sa sempre sorprendere (un po’; il giusto; mai scarti troppo evidenti) e piacere.
