Titolo: Blackstar
Autore: David Bowie
Etichetta: Sony
Testi: si
Credits: sì
Credits per pezzo : no
Registrazione: 4/5
Importanza: 5/5
Confezione: 4/5
L’emozione che ha preceduto il primo ascolto di questo album era a livelli altissimi. Non solo per la recente scomparsa del Duca Bianco, avvenuta esattamente un giorno dopo l’uscita dell’album, ma anche perché le indiscrezioni che ne avevano preceduto la pubblicazione riferivano di un album alquanto sperimentale, secondo qualcuno un pò sulla scia di “Outside”, che, per inciso, forse è il suo album che io più amo.
Queste aspettative erano corroborate da un paio di canzoni inedite uscite nel recente box-raccolta “Nothing has changed”, che effettivamente facevano ben sperare, in particolare una, “Sue (or in a Season of Crime)” che, peraltro è riproposta anche in Blackstar, seppure in una versione diversa.
Ebbene, direi che le aspettative non sono state disattese….per quattro settimi!
L’album è composto da 7 tracce: le prime 4 sono alquanto “insolite”, le successive tre un po’ più “solite”.
Sia chiaro: l’album è stupendo, e non dico trattarsi di un capolavoro solo perché cosciente che un giudizio di tal genere è sensato solo dopo molti ascolti e dopo averli fatti sedimentare nel nostro animo. Ma i primi quattro pezzi sono certamente quelli più affascinanti.
Non bisogna aspettarsi da Bowie musica d’avanguardia o particolarmente sperimentale. Niente viaggi lisergici e dissonanti, niente elucubrazioni di stampo progressive-rock, niente musica elettronica sulla scia delle avanguardie colte del Novecento (Stockhausen ecc..).
Ma vi sono degli elementi nuovi per lui, rari in generale nella musica pop, e molto intriganti. Essi certamente rendono i pezzi di non facilissimo ascolto; insomma di sicuro le prime 4 canzoni di Blackstar non sono pezzi commerciali, si staccano decisamente dalle convenzioni di genere.
Innanzitutto non c’è la classica struttura strofa-ritornello; poi, c’è un’attitudine molto jazz, intesa come apparente predisposizione all’improvvisazione.
La title-track ce lo dimostra in partenza, con uno sviluppo davvero accattivante.
Dopo la prima sezione, dura, ritmata, si apre uno squarcio quasi psichedelico, di stasi, di mistero, che però subito si dissolve per lasciare spazio a una sezione più pacata in cui si accosta il classico stile melodico di Bowie a momenti quasi jazz-blues, infine, si torna a una ripresa della sezione iniziale, ma con il ritmo meno ingombrante, leggermente più pacato che nella sua proposizione iniziale. Una vera e propria mini-suite.
Ma gli elementi che a mio parere caratterizzano maggiormente l’album sono i seguenti tre: la quasi totale assenza del pianoforte, e poca chitarra, da sempre gli strumenti portanti delle canzoni di Bowie (così come, d’altronde, di tutto il rock o il pop-rock); una forte presenza dell’aspetto ritmico; una predominanza…del sassofono!
La ritmica è molto presente, ha una parte preponderante dello spettro sonoro soprattutto di “Blackstar”, “Sue” e “Tis a pity she was a whore”. Martellante, piena, ossessiva; in una maniera, a volte, che si rintraccia in quel genere “estremo” che viene generalmente indicato come industrial. E’ così incisiva, ripetitiva, dal suono molto pieno e senza sbavature, che si direbbe fatta con batteria elettronica e altri strumenti più o meno “automatici”, ma così non è, a giudicare dai credits dell’album che parlano di batterista e percussionista in carne e ossa.
Il sassofono è usatissimo, sia in versione “coloristica”, cioè come tappeto di accompagnamento o per brevi linee che fanno da supporto alla musica, che come strumento melodico; ad esempio in “Tis a pity she was a whore” un vero e proprio florilegio di strumenti a fiato e tastiera riempie, sfiorando quasi il fere-jazz, gli spazi tra una strofa cantata e l’altra.
E vi sono vari assoli di sax, stupendi ad esempio quelli che impreziosiscono “Dollar Days”, che è la classica ballata alla Bowie, per giunta molto molto bella, una delle sue migliori di sempre.
Effettivamente Bowie in questo album ha abbandonato i suoi usuali recenti collaboratori e si è fatto accompagnare da musicisti e session-man che orbitano nell’area jazz, e questa maestria si avverte chiara e forte.
La voce. Ho letto lodi ed elogi, come di un Bowie con voce in forma più smagliante che mai.
Devo esser sincero: non mi trovo del tutto d’accordo; non dico che mostri imprecisioni o debolezze (o, addirittura, stonature), ma ci sono due aspetti che a mio parere vanno sottolineati. Il primo: spessissimo è effettata, con abbondanti dosi di eco e riverbero; nella title-track questo è particolarmente evidente; si tratta, spesso, di un espediente per “annegare”, celare un po’ di imperfezioni; sostenere che, anche in questo album, è proprio così, sarebbe fare dietrologia, quindi non lo dico….. Secondo: è poco presente; o meglio: molto meno del suo solito. Soprattutto nelle prime 4 tracce, questa volta come non mai Bowie lascia andare gli strumenti, vi sono lunghe sezioni di sola musica. E questo è uno degli aspetti, se vogliamo, più sperimentali di questo album.
Ci sono molti, tanti (forse pure troppi, a mio gusto) tappeti di tastiere. Tranne in quello che a mio parere è il migliore pezzo dell’album, quello in cui vi è più equilibrio tra la tendenza sperimentale degli arrangiamenti e la classica struttura armonica e melodica delle rock-ballad del Duca Bianco: “Lazarus”, di cui sottolineo soprattutto un bellissimo giro di basso, un sensuale e malinconico accompagnamento del sax, e….un video da far venire davvero i brividi (io, per qualche giorno dopo la morte di Bowie, non son riuscito a guardarlo; se lo vedete, capirete perché).
Molti degli aspetti citati concorrono a fare di questo album un prodotto dal sound particolarmente moderno. Ma la cosa particolare è che, paradossalmente, in questo caso “moderno” non vuol dire affatto alla moda, o commerciale.
Le melodie cantate da Bowie sono ben poco “fischiettabili”; un paragone che viene in mente è Scott Walker (quello diciamo mediamente sperimentale; insomma, non lo Scott Walker dei suoi primi album quasi da crooner, né quello del recente, alquanto arduo, “Bish Bosch”; diciamo quello, ad esempio, di “Tilt”), uno che di coraggio ne ha sempre avuto a iosa; si avverte questa somiglianza in un certo modo di porgere la voce, enfatica, quasi melodrammatica (attenzione: NON che sia la prima volta; fa parte dello stile Bowie da sempre), e lo si avverte in alcuni stilemi melodici.
Ecco questo Bowie sembra stesse andando proprio in quella direzione di ricerca. Chissà a che esiti sarebbe potuto approdare. Un vero peccato che non lo sapremo mai.
