Recensione di un magnifico disco che propone integralmente un recital del grande pianista sovietico; lo analizziamo anche mettendolo a confronto con altre esecuzioni degli stessi pezzi incise da interpreti di statura enorme (Richter, Arrau)
Pianista: Grigory Sokolov
Compositori: Mozart (sonate KV280, KV332), Chopin (preludi op. 28 e altro), Scriabin, Rameau, Bach
Etichetta: Deutsche Grammophon
Codice: DG 479 4342
Mozart non va interpretato alla maniera romantica e Sokolov segue bene questa regola; ciò può far sì che venga meno gradito da chi (come me…) ha gusti più propensi ad apprezzare il romanticismo che il classicismo, ma occorre essere onesti e rispettosi del periodo e contesto storico e, a prescindere da esso, dell’autore.
La bellezza nella musica di Mozart non va cercata in lirici ripiegamenti o enfasi eccessivamente espressive, ma altrove; è una bellezza che mi “tocca” di meno, ma tant’è.
E Sokolov mostra anche qui la sua profonda cultura, la sua attitudine a rispettare le composizioni sacrificando la “propaganda” di se stesso. Sokolov si assegna, insomma, nelle sue esecuzioni, l’etica missione di propagandare l’autore, adattandosi ad essi in maniera lodevole e nobile.
Passiamo a Chopin: mi sembra che la visione interpretativa di questo capolavoro della letteratura romantica da parte di Sokolov sia particolarmente cupa, triste; e, sembrerebbe a tutta prima, mirata a esaltare quei contrasti espressivi tra un preludio e l’altro che Chopin stesso ha accuratamente realizzato nell’alternanza dei pezzi.
Sokolov sembra enfatizzare queste differenze non tanto sveltendo i pezzi veloci, ma rallentando, fino a dilatarli in una dimensione estenuata, fino al limite dello sfilacciamento, quelli lenti; così, notiamo che il secondo è davvero funebre, il quarto è di una tristezza infinita; confrontandoli con l’esecuzione live di Arrau del 1960, notiamo come il primo dei due preludi citati dura addirittura mezzo secondo in più in Sokolov.
Nel preludio nr. 4 la curva retorica viene forse da Arrau meglio realizzata, poiché la fase di intensificazione della dinamica fino al picco che precede di poco la coda dura di più; ma la scelta di Sokolov è coerente con la sua visione generale, poiché lui più che drammaticità, in questi preludi, vede mestizia, tristezza.
Ma poi ci rendiamo conto che anche nei preludi veloci, spesso, Sokolov rallenta il passo; gli è utile per eseguirli con un fraseggio più sinuoso, più fluido.
Si confronti il nr. 8 con l’esecuzione che ne diede Richter a Ferrara nel 66 (uscito a suo tempo su Philips, oggi nei recenti cofanetti Universal con l’integrale delle sue registrazioni Decca/Philips/DG).
Altrove, come nel preludio n. 19, i tempi comodi gli servono per dare al pezzo una grazia che ad esempio in Arrau risulta meno evidente.
C’è da dire che un divino virtuoso come Richter riesce a mantenere spiccata la sensazione di grazia ed eleganza nel preludio n. 23 pur con un’esecuzione molto più veloce di quella di Sokolov.
Ma altrove Sokolov (incredibile!!) supera, a mio gusto, l’immenso Richter, ad esempio nel preludio nr. 9, di cui fornisce un’ interpretazione più solenne, più maestosa.
E, volendo continuare questo confronto, nel preludio 11 grazie a tempi più comodi riesce anche a realizzare una agogica più variata e meno costante, così come nel 10 una maggiore lentezza gli permette di rendere più chiare e intellegibili rapide sequenze di note che nel focoso e viscerale Richter non si riescono quasi a percepire come distinte.
Dunque, riprendendo e approfondendo la riflessione, forse Soklov vuole “svelarci” la musica il più possibile, anche a costo di rallentamenti fuori dalla tradizione interpretativa.
Nel preludio nr. 13 mentre Arrau rende palpitante e dolce il fraseggio grazie a rallentanti più netti, che gli sono permessi da un tactus iniziale ben più spedito, che fa sembrare le prime battute quasi una danza, Sokolov rallenta tutto e rende così questo preludio come una dolce, sommessa, triste ninna nanna; ma non realizzando le variazioni agogiche di Arrau, il pezzo risulta un po’ più monotono.
In generale Arrau adotta qualche volta espedienti interpretativi tipici di un’epoca passata (inizio ventesimo secolo, prima della “cura purificante” del periodo indicato, nella storia dell’interpretazione, come “neoclassico”).
Nel preludio 15, ad esempio, arpeggia alcuni accordi, cosa che Sokolov non fa mai; e forse c’è un maggiore rubato; ma, anche in questo preludio, Sokolov stacca tempi incredibilmente lenti (durata complessiva: 7:11 contra i 5 minuti e mezzo di Arrau!!), dando un tono di rassegnata malinconia, una stasi in cui il tempo sembra fermarsi.
A ben guardare sembra che Arrau (e la cosa è sorprendente se consideriamo le dichiarazioni stesse del pianista cileno, il quale ha sempre professato come “stella cometa” delle sue letture il rispetto assoluto del testo), si prenda delle libertà in più, mentre Sokolov, come dire, rispetta maggiormente il testo (torna dunque la sua attitudine di cui abbiamo già parlato relativamente alle sonate di Mozart) solo concedendosi la lente di ingrandimento di tempi più pacati.
Ma, attenzione, mi risulta che Chopin non abbia lasciato nei suoi spartiti indicazioni di metronomo; dunque, nessuno potrebbe dirci se è Sokolov a “ingrandire” oppure semplicemente rompe con una tradizione interpretativa consolidata che non è detto che sia necessariamente nel giusto.
Il cd è concluso da ben 6 bis (Sokolov è credo il pianista più generoso al mondo, tra i viventi, da questo punto di vista), tutti gustosissimi, tra cui segnalerei soprattutto le due mazurche di Chopin.
