Bob Dylan – Shadows in the night

musicascolto
Sezione: Dischi / Rock/pop/jazz etc.

Titolo: Shadows in the nigh t

Autore: Bob Dylan

Etichetta: Sony/Columbia

Codice: 88875057962

Testi: no

Credits: sì

Credits per pezzo : no

Registrazione: 4/5

Importanza: 3/5

Confezione: 1/5

La prima sorpresa arriva…prima di iniziare a sentire il disco, ma già solo dopo aver letto di che si tratta su riviste o su internet. Dylan che rifà canzoni di Frank Sinatraaaaa? Nooo! Non ci credo! Non è possibile! Metti il disco nel lettore…seconda sorpresa: la voce! Quella voce che ultimamente ci siamo abituati (anzi dovrei dire…rassegnati) a sentire così scartavetrata, rauca, sepolcrale, non certo eufonica semmai fastidiosa…ebbene, niente di tutto ciò: il buon vecchio Bob sembra ringiovanito di vent’anni!

In realtà Dylan dovrebbe averci abituato a tutto: scarti continui, sistematico disattendere le aspettative di pubblico e fans; un artista che ha improntato la sua carriera sulla totale libertà. Quando tutti lo volevano nuovo menestrello del folk acustico, lui si presentò con una band elettrica (il famoso Newport Folk Festival, anno domini 1965), facendo gridare allo scandalo, al tradimento. Ai concerti riarrangia le sue canzoni da renderle pressoché irriconoscibili, anche a costo di irritare non poco i suoi fans. E via di questo passo. Spesso il suo gusto per la sorpresa sfiora la provocatorietà, ed effettivamente “provocatoria” può essere giudicata la sua intenzione di incidere canzoni del repertorio di Frank Sinatra. La curiosità è alle stelle. Come le interpreterà? Tenterà di emulare anche lo stile interpretatativo di Sinatra ? O le cambierà totalmente? E, se le cambierà, le “Dylanizzerà” ? Bene, ecco quanto mi risulta: le ha completamente stravolte; innanzitutto il tipo di sound, di arrangiamenti, è quanto di più diverso possa esistere dagli “originali”: niente orchestre enfatiche e pompose, niente fiati swinganti a tutta forza. Qui il ruolo degli archi è, in un certo senso, rivestito dalla lap steel guitar: il suo suono dolce, languido, soave pervade completamente la palette coloristica e fa da delicato accompagnamento alla voce di Dylan e al resto, invero molto scarno, della strumentazione; la batteria la si avverte a malapena in alcuni pezzi; il contrabbasso è abbastanza onnipresente ma sempre con poche, misuratissime note; e poco altro. Le canzoni sono così un vero e proprio elogio della pacatezza: lente, misurate, avvolgenti, scheletriche. Esattamente il contrario di Sinatra. E mentre quest’ultimo spesso cantava “a ugola spiegata”, Dylan sussurra, lambisce le melodie trattenendo emozioni e sentimenti; ma canta divinamente; in certi pezzi sembra davvero di non riconoscerlo; lo so, è difficile credermi, visto il Dylan degli ultimi album e soprattutto dei concerti degli ultimi anni, ma è così: ascoltate e poi mi direte.