Lou Reed – New York

musicascolto
Sezione: Dischi / Rock/pop/jazz etc.

 Titolo: New York
 Autore: Lou Reed
 Etichetta: Sire Records
 Codice: 7599 25829 2

Testi: sì
Credits: sì
Credits per pezzo : no

 Registrazione: 3/5
 Importanza: 4/5
 Confezione: 2/5
 Prezzo: 3/5

Diamo inizio agli anni 90

Non so se condividete il mio parere: gli anni 80 sono stati il medio evo del nostro amato rock. Un’invasione di pop sintetico, di arrangiamenti elettronici, una vuotezza di contenuti, uno “yuppismo” in musica mirato ad aggredire il mercato dimenticando ogni valore artistico. Poche le eccezioni (per fare qualche nome:le prime cose degli U2, i REM, qualcosa dei Dire Straits, gli esordi degli Smiths), pochissimi i grandi artisti del passato che non si fecero trascinare in questa voragine (negli anni 80 delusero gente del calibro di Bob Dylan, Rolling Stones, Neil Young…). Tra coloro che ebbero tristi cadute di tono anche il qui presente Lou Reed. Bene, con una zampata degna dei grandi artisti, il nostro nel 1989 mise la parola fine a questa immondizia con uno slancio di ritrovata creatività che ebbe quasi dell’incredibile e che, in un certo senso, aprì la strada al “Rinascimento” degli anni 90 (per me gli anni 90 hanno espresso tanto buon rock; solo che, ormai, era “underground”, mentre negli anni 60 e 70 il buon rock era in classifica!). Esagero: mi piace pensare addirittura che Lou Reed, con questo album, è come se avesse “tracciato la strada”, ri-offerto ai colleghi, frastornati dall’elettronica, un modello, un punto di riferimento da seguire e a cui ispirarsi; in tal senso e per questi motivi ho messo il massimo voto, nella nostra classica “schedina” in testa alla recensione, alla voce “importanza”. E il sound di questo album spazza via di fatto quegli elettronicismi perchè proclama la bellezza di una musica scarna, elettrica, secca e pungente. In una parola: rock. Non ci sono virtuosismi esasperati, niente lunghissimi assoli, niente arrangiamenti d’archi sontuosi o arzigogolate svisate progressive. Solo batteria, un basso pulsante e metronomico, due chitarre graffianti ai due lati a fornire continuo supporto armonico al canto. Quel canto cupo, leggermente “malato”, sempre sul punto di deragliare verso dissonanze improbabili ma che poi ti ritrovi a scoprire  perfettamente intonato e in linea con l’accompagnamento musicale.
L’opera ha anche una interessante valenza letteraria (come sembra suggerirci lo stesso Reed nelle “liner notes” all’interno del libretto accluso), essendo ricco di testi lunghi e complessi che descrivono una New York metropolitana, vittima di un incubo urbano in cui deboli, poveri, emarginati vivono storie di ordinaria follia in mezzo a delusioni, desolazioni, violenze. Insomma la fine del “sogno americano” descritto con quello sguardo disincantato che da sempre ha caratterizzato l’ispirazione di Lou Reed.
La musica, come detto, è quanto di più sintetico e conciso si possa creare, ma non per questo, anzi forse porprio per questo, meno affascinante di tanto altro buon rock. Lou va al sodo perchè vuole colpirci nel profondo: gli intrecci quasi impercettibili ma articolati e geniali delle chitarre in “Romeo had Juliette”, il jazz obliquo e dalle strofe di chitarra spezzate e sincopate di “Beginning of a great adventure”, l’inquietante e ossessivo incedere di “Dime Store Mistery” (il pezzo che maggiormemnte ricorda le torbide atmosfere che Lou Reed creava vent’anni prima con il suo storico gruppo, i Velvet Underground); il rock urgente di “There is no time” (un anfetaminico concentrato di rock super elettrico e super veloce) e quello più rallentato ma fose anche più “violento” di “Strawman”; il bellissimo riff di chitarra acustica elettrificata che si intreccia con una bella slide nella veloce e spigliata “Good evening Mr. Waldheim”.
Sono solo alcuni dei pezzi di album epocale, una splendida “sigla finale”per gli anni 80 o, meglio, sigla di apertura degli interessantissimi anni 90.