Bonnie Prince Billy – Singer’s Grave- A Sea of Tongues

musicascolto
Sezione: Dischi / Rock/pop/jazz etc.

 Titolo: Singer’s grave..
 Autore: Bonnie Prince Billy
 Etichetta: Drag City
 Codice: WIGCD343

 Testi: sì
 Credits: sì
 Credits per pezzo : no

 Registrazione: 4/5
 Importanza: 2/5
 Confezione: 2/5
 Prezzo: 3/5

Dietro il “nick-name” a cui questo album è intestato si cela Will Oldham, un cantautore americano estremamente prolifico che ha già licenziato molti album a vario nome (era sempre lui, ad esempio, dietro la sigla “Palace Brothers”, “Palace Music”), tutti comunque all’insegna di un cantautorato molto intimo, sofferto, ascrivibile al movimento country-folk moderno americano.

La sua voce è davvero molto profonda, intensa, espressiva, ed è forse il principale marchio di fabbrica di tutte le sue varie “emanazioni”.

Questo album a prima vista potrebbe dirsi di classico country-rock, ma lo è solo all’apparenza, solo se ci si ferma alla superfice.

Certo, alcuni pezzi non vanno molto oltre “il seminato”: “Night Noises” è tra essi: ha il tipico ritmo e la tipica immancabile sonorità della lap steel guitar; così anche “There will be spring”, più acustica, soffusa e dolce, con quell’andamento da valzer, quel leggero, moderato crescendo, che la rendono così affascinante, e un tono nostalgico da darci i brividi.

Ma poi scopriamo un pezzo rock decisamente più elettrico, davvero incalzante e trascinante nel ritmo e con le chitarre sferraglianti, come “So far and here we are”. E, più in generale, il nostro ha la rara capacità di introdurre tante piccole “eccezioni” nei pezzi, intendendo con ciò piccole deviazioni dalla classica struttura della forma canzone, o nell’arrangiamento, o nel sound.

I pezzi si rendono così sempre interessanti perché sempre con qualcosa di inaspettato, di sghembo; l’ingresso del coro a metà strofa di “We are unhappy”, ad esempio; e il percorso di “Whipped”: inizia che sembra decisamente una classica ballata elettroacustica di Neil Young: soffuso, con una chitarra acustica e un’altra elettrica che ricama, poi un accenno del coro femminile, una batteria molto creativa, leggera e non invadente..ma il ritmo lentamente cresce, il suono si “compatta”, arriva il ritornello e alla voce solista si aggiunge un coro gospel che apre la melodia spingendola verso il sublime (mi ricorda un po’ alcune cose di Vic Chesnutt).

“Old match” è poi davvero un country rock, solo che, a un certo punto, decide di…trasformarsi in gospel; splendido il modo in cui il canto del coro fa da base non replicando esattamente la melodia cantata da Will, la quale sale inerpicandosi con energia e incredibile urgenza espressiva.

L’uso del coro in questi ultimi due pezzi mi ricorda molto Leonard Cohen, soprattutto quello dell’album “The future”. Sentite, infine, l’inizio di “”Mindlessness”: due battute con un ritmo quasi circense, poi subito negato da un ritmo più tradizionale che avvia la canzone su binari presumibilmente normali, a quel punto inizia il cantato…e dopo pochi istanti tutto si rallenta, diventa rarefatto, le note si diradano: la scena sonora si asciuga, cioè, proprio mentre ci si aspetterebbe un maggiore riempimento; ma le sorprese non sono finite: nel refrain entra ancora una volta un magnifico e sontuoso coro dal sapore gospel, che ribalta ancora una volta il “senso” della canzone.

Insomma Will Oldham sa bene come tenere sempre desta la nostra attenzione e sedurre il nostro gusto, e potrà così piacere anche a chi non ama totalmente il rock venato di country o folk in quanto coglie in esso (a volte a ragione, a volte a torto, a mio parere) una certa monotonia.

Un gran bell’album.