Robert Wyatt – Rock Bottom

musicascolto
Sezione: Dischi / Rock/pop/jazz etc.

Titolo: Rock Bottom

Autore: Rovet Wyatt

Etichetta: Hannibal

Codice: HNCD 1426

Testi:

Credits:

Credits per pezzo : si

Registrazione: 3/5

Importanza: 5/5

Confezione: 4/5

Prezzo: 4/5

Questa è davvero una pietra miliare del rock (ma di rock si tratta ? Non certo in senso stretto…) degli anni 70.

Si tratta, e so bene di non essere l’unico a sostenerlo (anzi: mai trovato un sito di musica che non lo giudichi come minimo eccellente) di un vero capolavoro: musica eterea, sperimentale, che sfiora il rock, sfiora il jazz, sfiora la psichedelia, ma non la si riesce a inscrivere in nessun genere ben definito.

E’ un’opera sublime, emozionante, coinvolgente; complessa ma non per questo poco fruibile; certo non è di facile ascolto: occorre attenzione e ripetuti ascolti per apprezzarla.

Una breve presentazione dell’autore. Wyatt, batterista, cantante, trombettista, fu tra i fondatori di uno dei principali gruppi del cosiddetto jazz-rock, i “Soft Machine”.

Di essi ricordiamo soprattutto “third”, il terzo album, che fu anche l’ultimo a cui Wyatt partecipò.

Dopo alcune esperienze in altri gruppi, iniziò una carriera solista che toccò il suo apice, a mio parere, coll’album di cui mi sto occupando.

Si comincia con la splendida “Sea Song”: armonicamente bellissima, triste, intensa, la melodia è, come caratteristica precipua del nostro, originale e per nulla scontata.

Un pianoforte e delle tastiere fanno da tappeto alla fragile e toccante voce di Wyatt; sentite il commovente, improvviso e splendido passaggio armonico che introduce il ritornello, quando cioè canta “…But I cant’understand The different you…”, lasciatevi ammaliare dal tappeto onirico creato dai vocalizzi prima in compagnia del pianoforte e poi delle tastiere, nel lungo finale.

Si passa quindi a “A last straw”, un altro capolavoro: ritmo jazzato dettato da piatti e un creativo uso del basso… ma è possibile chiamarlo jazz ?

C’è molta psichedelia, nei viaggi della chitarra slide che sfociano in un’ allucinata scala infinita discendente del pianoforte nel finale, il quale si immerge a sua volta direttamente nel tripudio di fiati e tastiere…

Del terzo brano, “Little red riding hood hit the road” (c’è anche un gusto giocoso per i titoli foneticamente bizzarri, o è solo una mia impressione?).

Sperimentalismo estremo anche qui, ma non del tipo cerebrale e, per alcuni, noioso di certe altre opere dei 60/70, comprese alcune sue stesse opere (“An end of an ear” era decisamente ostico…): qui ci sono sempre, magari quasi latenti, dei passaggi armonici che danno piacevolezza e aiutano quindi l’ascoltatore a seguire il pezzo senza spazientirsi, ad apprezzarne la genialità senza barriere repulsive.

In questo pezzo l’aiuto ce lo offre il canto estatico di Robert e insieme il pulsante basso, che ci fanno “capire” la struttura armonica del brano, altrimenti indecifrabile.

Quasi classicheggiante la lunga e complessa introduzione del quarto pezzo, “Alifib”: tastiera e basso per una musica triste e malinconica che coinvolge e culla; quando entra il canto la sensazione di mestizia e tristezza si fa anche più spiccata, una quasi-ninna-nanna che emoziona e lascia senza fiato..

Si sfocia quindi nel quinto pezzo, “Alfie”, che riprende lo stesso testo ma con alcuni cambi armonici e con un cantato meno melodico e più free form; arrangiamenti più bizzarri (entra una ritmica me soprattutto entra un folle suono di tromba sincopato, spezzato e massimamente sperimentale), l’atmosfera si fa drammatica piuttosto che triste; il finale è jazzato grazie anche a un sassofono sofferente e geniale che delinea la melodia finale.

L’ultimo pezzo, “Little red robin hood hit the road” (ci risiamo….) presenta infine le sorprese finali: la prima metà è una marcia epica, impreziosita dalla chitarra di un ospite di lusso, Mike Oldfield.

Nella seconda metà il pezzo cambia completamente registro e, con un semplice ma splendido accompagnamento di viola e violino, si trasforma in una sorta di preghiera pagana recitata dalla voce di Ivor Cutler; l’effetto, per rendere l’idea, è molto simile, a mio parere, allo stile declamato del canto quasi a-melodico di Ferretti dei C.S.I, e il grado di suggestione che ne scaturisce è analogo.

Per chi ama le derive del rock, chi ha voglia di ascoltare decine di volte un album sapendo di poter ogni volta scoprire qualcosa di nuovo (magari un’emozione, se non proprio un qualche elemento musicale non decifrato in precedenza),”Rock Bottom” è un vero must.