Etichetta: Decca
Codice: 481 1194
Registrazione: 4/5
Confezione: 3/5
Forma, espressione, magia.
Bach: forse mai nessun altro compositore fu interpretato secondo una così ampia gamma di possibilità: da pianisti che cercano il suono del clavicembalo a cembalisti che cercano effetti da pianoforte (eventualmente modificando lo strumento – alcuni clavicembali usati dalla Landowska). Da filologi attenti a non tradire la prassi d’epoca a romantici che non trovano impuro traslare Bach in avanti di svariati decenni.
La Perrotta fa a mio parere una scelta che emoziona, ponderosissima e con forti e coerenti ragioni: strappare Bach alla sua aurea di eccessivo intellettualismo e che poco comunica al cuore, e portarlo in un ambito in cui la musica emoziona senza necessariamente dover diventare abusivamente “romantica”.
Lo notiamo già dall’Aria: raramente ho colto tale fusione di dolcezza, introspezione, contemplazione, eleganza.
Se l’eleganza e la contemplazione, si dirà, sono intrinseche nella composizione, quel pizzico di dolcezza è ottenuto con leggere variazioni di tocco e quasi impercettibili variazioni di tactus.
Il tutto, cioè, rendendo la musica espressiva ma senza sfociare in una visione romanticheggiante.
Il Gould degli anni 80, piuttosto, eccede: è molto più lento, rendendo l’aria quasi svenevole, ma il tactus è costante: per un verso barocco, per l’altro romantico.
La Perrotta trova in mezzo una strada che è di sovrano equilibrio.
Stessa considerazione si può fare con la variazione 25. Con Gould dura 6 minuti, e così finisce per “slabbrarsi”; con la Perrotta (4:30) è un pezzo meditativo, al limite mesto, ma non drammatico, tragico, come con altri.
E ancora: le var. 4 e 10 arrivano a un suono quasi orchestrale ma mantenendo netta chiarezza e distinzione delle voci; il ritornello della 9 è una sublime occasione per rifarci sentire la stessa musica ma in maniera più calma e delicata.
Ancor meglio nella 6, quando la dolcezza e il raccoglimento aumentano nell’ultima parte, con un suono più ambrato e una dinamica leggermente diminuita.
E di più: nella 12, picco massimo di questo splendido disco, il respiro e il fraseggio si fanno più vari anche all’interno delle singole frasi, e in essa si toccano vertici di sublime musica: l’esito è una meravigliosa, trascendentale visione di una magnificente cattedrale barocca, la cui contemplazione ci mette a contatto con la Spiritualità.
Un abisso, qui, la separa dal Gould anni 80, che suona questa variazione quasi come un moto perpetuo, con fissità di fraseggio e dinamiche.
Siamo insomma lontani da quel tipico Bach “schematico”: la Perrotta, giocando anche coi colori, sembra suggerirci quella che secondo me è una inoppugnabile verità: ah, se solo Bach avesse disposto dei pianoforti…
Non si pensi che la Perrotta giochi sul versante della espressività (mai eccessiva, ripeto) per supplire a mezzi tecnici limitati: nelle variazioni più virtuosistiche, la fluidità del fraseggio è sorprendente: la variazione 26 e soprattutto la 14, che in un passaggio a mio parere presenta una vera e propria trappola in cui è frequente manifestare una certa rigidità, scorrono veloci e naturali come acque sorgive.
L’attenzione all’espressione non rende la Perrotta dimentica della forma. La domina invece saldamente, anzi ci “racconta” in maniera musicale ma chiara la struttura dell’opera.
Ad esempio, si percepisce all’ascolto, ovvero non occorre saperlo a priori, che la var. 16 in qualche modo fa da perno centrale dell’intera opera: grazie a quella enfasi quasi epica con cui la Perrotta ci canta il tema della prima parte (il preludio della ouverture), ci sta dicendo “questa è la chiave di volta di tutta l’architettura”.
E magistrale (ecco il secondo picco, mai da nessun altro raggiunto, di questa interpretazione) è il raccordo tra la variazione 19 e la 20 (a ricordarci che i pezzi sono tasselli di un unico mosaico, non giustapposti come in un polittico ottontentesco): verso la fine della 19 il suono si fa più vaporoso, c’è un rallentando e il pezzo va lentamente svanendo…
E, così, sentite come la 20, per così dire, prende le mosse dalla 19; c’è un senso di continuità perché sembra quasi che la lenta conclusione della 19 sia il “prendere la rincorsa” per lanciarsi nella 20, con quella leggera accelerazione nelle prime battute che la porta a passaggi incredibilmente vorticosi.
E, infine, la magia. La ripresa dell’aria.
Peter Williams: “…La sua melodia è stata pensata per risaltare sulle ultime 5 variazioni, è probabile che essa appaia nostalgica, frenata, rassegnata o triste…come qualcosa che sta arrivando alla fine, con le stesse note, ma ora conclusive”.
Gould rallenta molto. E grazie! Così è facile, farla sembrare “triste e rassegnata”.
La Perrotta no, la stessa velocità. E quindi? Non sono in grado di dire come riesca a ottenere quel senso di conclusione, ma lo ottiene; forse qualche leggera differenza nel fraseggio, o nella dinamica; o forse è implicito, intrinseco nella musica stessa, e lei semplicemente ce la rivela così come Bach l’ha voluta, progettandola per avere quell’ effetto. O, forse, è magia.
