Titolo: “Live at the roundhouse”;
Autore: Nick Mason’s saucerful of secrets;
Etichetta: Sony;
Anno di pubblicazione: 2020;
Testi: NO;
Credits: SI;
Credits per pezzo: NO;
Registrazione: 3/5;
Confezione: 4/5.
Proprio in questo periodo il leggendario batterista dei Pink Floyd, con i compagni con cui ha messo su questo estemporaneo gruppo chiamato “Nic mason’s saucerful of secrets”, è tornato in tour a proporre canzoni dei Pink Floyd (e di Syd Barret da solista).
Periodo azzeccato allora per andare a riascoltare il doppio disco live che uscì a seguito del tour di qualche anno fa e scriverne una recensione.
Ebbene, mi dispiace per il “mio” amatissimo Roger Waters e anche per David Gilmour…ma è uscito quello che per me è miglior live della storia dei Pink Floyd insieme o da soli…ed è, incredibilmente, quello di Nick Mason, che dei componenti del gruppo è sempre stato considerato (giustamente, peraltro), quello meno creativo, più in disparte, meno determinante per le tipiche atmosfere e il tipico sound della band. Provare per credere!
Peraltro nel disco non ci sono le tante piccole sbavature che notai dal vivo (andai ad ascoltarli Cavea dell’Auditorium Parco della Musica); forse le hanno messe a posto in studio con un lavoro di post-produzione o forse hanno scelto per fare il disco una serata di grazia, ma è perfetto.
Partiamo da una “suggestione”: non si può non essere colpiti dal fatto, non credo sia un caso, che il concerto che hanno scelto per pubblicare questo album sia quello svoltosi nella sala da concerto “Roundhouse” di Londra: è proprio lì che spesso si esibirono i primissimi Pink Floyd nella meravigliosa e pioneristica epoca della controcultura giovanile e della musica underground della swinging london di fine anni 60.
La band è costituita, oltre che dal batterista, da Guy Pratt al basso (praticamente il bassista dei Pink Floyd dopo la fuoruscita di Waters), Gary Kemp (sì, incredibile ma è proprio lui: il chitarrista degli Spandau Ballet) e Lee Harris alle chitarre, Dom Beken alle tastiere. Il repertorio lo conosciamo (“che te lo dico a fa’…” si dice a Roma), suonato in modo moderno, creativo, super psichedelico come mai i Pink Floyd sono stati diciamo dal 71 in poi…da avere assolutamente!
Un godimento per certi versi commovente (perché non speravo da anni, o da decenni, di risentire certe atmosfere a cui sono emotivamente legato, in un disco recente). I pezzi sono suonati benissimo, con fantasia (non c’è il desiderio maniacale di riprodurli esattamente come nei dischi in studio), diversi assoli sono “nuovi”, compresi un paio di assoli di Pratt al basso; le chicche non mancano, su tutte addirittura “Vegetable Man”, brano di Barret e non nel repertorio dei PF.
