How is it that I should look at the stars

musicascolto
Sezione: Rock/pop/jazz etc.

Titolo: How is it that I should look at the stars;

Autore: Weather Station;

Etichetta: Fat Possum Records;

Anno di pubblicazione: 2022;

Testi: SI;

Credits: SI;

Credits per pezzo: NO;

Registrazione: 4/5;

Confezione: 2/5.

Dietro il nome di questo gruppo si “nasconde” la cantautrice Tamara Lindeman, essendo un progetto a componenti mutevoli di album in album.

In questa occasione la Lindeman voleva creare un disco scarno, essenziale, ma incredibilmente intenso e profondo, intimo. E ha dunque scelto di circondarsi di un quintetto di collaboratori che bazzicano più il jazz che il pop, producendo così un album con solo voce, dalle mille sfumature, e pianoforte, un po’ di contrabbasso, appena accennati colori di sax o di steel guitar. Fatte le debite proporzioni di qualità, è per la Lindeman quel che “Blue” fu per la grande Joni Mitchell.

Insomma un classico album il cui ascolto è assolutamente sconsigliato mentre siete al mare o mentre state pranzando con gli amici oppure state stendendo il bucato; rischierete solo di annoiarvi terribilmente.

Richiede, invece, calma, attenzione e dedizione. Solo così rivelerà al vostro animo le sue bellezze.

Un altro accostamento che mi è venuto in mente è con “La vita nuova”, di Maria McKee (uno dei migliori album degli ultimi anni), non tanto per gli arrangiamenti, in quest’ultimo molto più sofisticati ed elaborati, ma per l’intensità dell’interpretazione e il ruolo predominante dato spesso al pianoforte anche nell’album della McKee.

Tra i singoli brani c’è una forte uniformità, le variazioni sono soprattutto nella voce, da ascoltare con particolare concentrazione, e in piccoli dettagli musicali; ad esempio nella delicata “Loving you”, la voce è contrappuntata da delicati e soffusi interventi “sotto-voce” del sassofono.

Ecco i brani che trovo più affascinanti per bellezza armonico-melodica: “Taught”, “Stars”, il pezzo forse più rarefatto, in cui ogni strofa viene “sospesa” in lunghe e suggestive pause in cui si lascia risuonare le corde del pianoforte, “Sleight of hand”, e su tutte lo splendido duetto “to talk about”, cantato con Ryan Driver che nell’album partecipa anche nel suonare pianoforte e flauto.